sabato 18 ottobre 2014

"La mia Agraria": ricordi e insegnamenti di un professore

Giovedì 16 ottobre si è tenuta a Povegliano veronese la presentazione dell'ultimo libro del professor ing. Pietro Spellini, intitolato "La mia Agraria" (volume edito con il contributo della Fondazione Cattolica Assicurazioni). Invitato a moderare Giorgio Vincenzi, direttore del mensile "Vita in campagna".


Il professor Spellini si è dedicato all'insegnamento delle Scienze Agrarie dal 1968 al 1985, presso la sede di Isola della Scala (VR) dell'Istituto Professionale Agrario "Stefani-Bentegodi". Alla docenza è poi seguito l'impegno diretto in agricoltura presso l'azienda Le Fornaci e l'esercizio dell'attività di ingegnere agrario per diversi anni. Lunga e di primo piano quindi l'esperienza "sul campo" del prof. Spellini che, dopo aver dato alle stampe, due anni fa, il volume "De le fornase nobile poesia", dedicato alle sue ricerche storiche sui territori del villafranchese, è tornato alla scrittura per parlare dei suoi ricordi di insegnante.

Una delle mie terribili foto della serata: al centro il professor Spellini, a destra il direttore Vincenzi.
Tra il pubblico, numerosi i suoi ex allievi, giunti con affetto per ascoltarlo. Il professore rievoca vecchi ricordi di scuola, gli anni a contatto dei suoi amati ragazzi, nell'impegno di trasmettere loro il sapere della professione agricola e i valori educativi per crescere e diventare uomini (o donne). Ripercorrere i momenti belli o difficili del passato si rivela anche essere una piccola scusa per un confronto con la realtà attuale, fatta di crisi economica e disoccupazione giovanile. 
L'Italia di cinquant'anni fa era un Paese fondato ancora su profonde contrapposizioni. Prima di tutte, la dualità città/campagna, in cui la città era la mèta ambìta dai giovani con forte spirito di iniziativa che desideravano aprirsi una strada da imprenditori, mentre la campagna costituiva il rifugio per i ragazzi che invece non volevano o non potevano tentare la fortuna col loro mestiere. 
Campagna però non significava povertà e degrado: l'epoca era quella del riscatto della terra dai contratti di mezzadria, quando il valore dei terreni non era alle stelle e l'imprenditoria agricola si poteva intraprendere con successo anche da giovani, partendo da piccoli capitali. I contadini, d'un tratto, si trovarono al brusco passaggio dall'essere dipendenti dei proprietari terrieri all'essere proprietari. Stava nascendo una nuova società, che aveva bisogno dell'istruzione per trovare competenze professionali e soprattutto dignità, grazie all'acculturamento e alla presa di coscienza di sè e al desiderio di "fare le cose bene". Quel "fare" fu la parola chiave dei nuovi panorami economici e sociali dell'Italia di allora. Il mestiere del professore era quindi andare incontro ai ragazzi che rimanevano in campagna, e fornire loro una formazione tecnica e mentale che li rendesse consapevoli dell'importanza del loro ruolo.

Piacevole e allegra la conversazione del professor Spellini.

Un'epoca fortunata, secondo Spellini, perchè non esisteva la Graduatoria unica nazionale degli insegnanti, e i presidi erano liberi di scegliere il personale docente non solo sulla base di un punteggio, ma anche delle concrete conoscenze della materia e del territorio da parte degli insegnanti. Così, in zone rurali destinate alla coltivazione del mais, poteva essere assegnato un professore esperto di mais. Altri tempi davvero, viene da pensare. Una scelta simile oggi non sembrerebbe facilmente applicabile, se non altro per i timori di usi scorretti di tali libertà selettive.
Seguono un po' di aneddoti: i ragazzi dei corsi serali che, in piedi dalle quattro della mattina perchè impegnati con la stalla di famiglia, arrivati a sera preferivano seguire le lezioni in piedi onde evitare di addormentarsi seduti al banco; e poi gli studi separati e differenti di maschi e femmine, quando le classi non erano miste e alle ragazze erano dedicati solo corsi di economia domestica, cucina, dattilografia, sartoria, per diventare "coadiutrici aziendali", in vista di un ruolo di appoggio -quindi non protagonista- al maschio all'interno dell'impresa.
Tra le storie più emozionanti, il viaggio in Irpinia con la classe per aiutare i terremotati. 

Un mercoledì del gennaio 1981, avevo un'ora in una quarta, entro e i ragazzi subito mi chiedono "professore ci organizza una settimana bianca?". Era da poco avvenuto il terremoto in Irpinia (23 novembre 1980), sono rimasto un po' pensieroso e poi "mi meraviglio di voi, mi sarei aspettato, quando ci organizza un periodo di lavoro in Irpinia?"

I ragazzi prendono il professore sul serio, con sua grande sorpresa. La classe decide di partire. Nessuno di loro prima aveva superato gli Appennini. Il professor Spellini organizza il viaggio, tra qualche dubbio e difficoltà:

Non mi aspettavo l'adesione di Giorgio Lanza, autista, è una persona tranquilla che non ama le novità, nel suo pulmino non bisognava fare troppo chiasso e i ragazzi dovevano entrare con le scarpe pulite, però ha accettato subito. Giuseppe (Beppe) Carazza l'estroso insegnante tecnico, non ha avuto problemi ad accettare "purchè non mi porti in mezzo ai preti," non aveva detto in mezzo alle suore, ed ero a posto.

L'incontro con la tragica realtà di Senerchia dopo il terremoto:

Il mattino all'alba tutti pronti ma non c'era nessuno. I paesani dormivano nelle roulottes. Ho fatto un giro per il paese: di una casa, già sgomberata dai militari, era rimasto solo il pavimento della cucina e un anziano signore piccolo e tarchiato, lo stava accuratamente scopando e pulendo: "lo fa tutti i giorni, è il suo modo di rimanere attaccato alla vita" mi ha detto la suora.

I rapporti con gli abitanti irpini:

Ho visto un gruppo di persone che raccoglieva cavolfiori da un grande appezzamento, "ragazzi stasera cavolfiori". Ho detto a Giorgio di avvicinarsi e comprarne due ceste. Il capo, basso e ben panciuto, quello che nell'immaginario colettivo del nord è un caporale mafioso, vuol sapere chi siamo e cosa facciamo, gli spiego e lui apostrofa due persone in un linguaggio a me incomprensibile. Questi partono e tornano con due casse di cavoli veramente splendidi. Ho chiesto quanto voleva e mi ha risposto "voi siete venuti dal nord a lavorare per noi e per questo intendo regalarvi i cavoli più belli del mio appezzamento." Dentro di me, e poi l'ho esternato ai ragazzi, mi sono sentito un verme, l'avevo giudicato un caporale, si era rivelato un uomo di grande sensibilità.

Deborah Kooperman canta, accompagnandosi con la chitarra.

Si parla di ragazzi, insomma, di studenti, di ieri, e penso che non si può non fare paragoni con quelli di oggi. Hanno un comune denominatore: la terra. Una volta, punto di partenza. Adesso, punto di ritorno, per i giovani che non trovano lavoro nel terziario nonostante una laurea, un master o un soggiorno Erasmus.


La serata è stata intervallata dagli intermezzi musicali di Deborah Kooperman, americana figlia di contadini, da anni trapiantata nel villafranchese, dove ha un negozio, e collaboratrice in passato di Guccini, Dalla, Ron. La sua attività di folksinger l'ha portata a contatto durante l'adolescenza con Bob Dylan. Le canzoni da lei selezionate per la serata sono legate al vissuto degli agricoltori statunitensi, anch'essi divisi tra amore per la terra, sogno di riscatto e scontro con una realtà lavorativa non sempre soddisfacente: cito in particolare Times are getting hard boys, canzone che tratta della delusione dei piccoli agricoltori che, durante la grande siccità degli anni Sessanta, migrarono in California per trovare benessere, e Oleanna, che parla dei sogni a occhi aperti dei contadini norvegesi, giunti in America in cerca di fortuna ma capitati in una zona agricola, Oleanna, tutt'altro che generosa. 
Così, grazie a Deborah, abbiamo scoperto che la realtà agricola italiana e la sua storia ha qualcosa da spartire, in termini di speranze e di disillusioni, con quella d'oltreoceano.

martedì 7 ottobre 2014

Il mio primo Orticolario


Sabato ho visitato per la prima volta la manifestazione Orticolario, che come molti di voi sanno si è tenuta questo fine settimana in provincia di Como, a villa Erba (Cernobbio). Sul posto ho avuto il privilegio di godere della compagnia di Simonetta Chiarugi, nota blogger di Aboutgarden.



Temi conduttori di Orticolario 2014 sono stati: il senso dell'olfatto, celebrato e allietato dalla realizzazione di numerosi giardini imbastiti con le essenze più profumate; il fiore dell'Aster, che nelle sue più belle varietà ha dominato la scena di ogni stand.



Molte erano le cose da vedere e... odorare, ma poco il tempo a disposizione. Siamo comunque riuscite a percorrere un po' tutti i viali e a gettare un'occhiata sulle proposte più interessanti. Ho rubato qualche scatto fotografico per voi, per darvi un'idea... no, per farvi venire l'acquolina in bocca. 
A coronamento della giornata, ho anche fatto visita allo stand di Blossomzine per conoscere di persona la direttrice della rivista, Dana Frigerio. E' seguito l'incontro con Betti Calani, autrice del blog Passeggiando in giardino. Cosa chiedere di più? Spero un giorno di poter assistere ad uno dei suoi corsi di realizzazione di bouquet e composizioni floreali, visto che sabato non ne ho avuto proprio il tempo.


Appena ho messo piede a Orticolario (dopo dieci minuti di macchina, un'ora e mezza di treno regionale, tre quarti d'ora di treno urbano, mezz'ora di attesa dell'autobus perchè lo aspettavo dalla parte sbagliata, un quarto d'ora sull'autobus imbottigliato nel traffico, una breve passeggiata dalla fermata fino all'ingresso della manifestazione), come ha detto mia cognata dalla felicità mi sentivo come una bambina che per la prima volta metteva piede a Gardaland. Non mi sembrava vero! Una location esclusiva (villa Erba, non so se mi spiego), affacciata su uno dei laghi più belli d'Italia (non posso dire IL più bello, perchè abito vicino al lago di Garda...), una schiera di stand avvolti da nuvole viola e lilla dei settembrini più eterei... la testa che girava perchè non sapevo da che parte iniziare!


Se mi permettete, stilo una pagellina delle cose più rilevanti in cui mi sono imbattuta. Di solito non amo queste valutazioni tipo "articolo del lunedì sui migliori gol della domenica", ma ritengo opportuno sintetizzare per punti la mia prima impressione di Orticolario 2014, per meglio descrivere l'insieme delle emozioni che mi ha suscitato.


Voto 2: alla crisi che velava lo sguardo dei vivaisti. Non è certo colpa di Orticolario se siamo in recessione economica, ma gli effetti del ristagno dei mercati europei e italiano si sono fatti tangibili anche nell'umore dei professionisti del verde. Troppo "passeggio", confessano alcuni, pochi gli acquisti. Adesso che il giardinaggio italiano comincia ad alzare la testa, speriamo che non subisca una battuta d'arresto sotto le sciabolate del regresso economico.


Voto 3: al costo del biglietto. Siccome siamo in crisi, l'organizzazione ha deciso di sparare sul pubblico pagante biglietti da 15 euro (scontati a 12,50 euro se acquistati online). Pazzi scatenati. Dopo un simile esborso già allo sportello d'entrata, a chi volete che venga la voglia di sbizzarrirsi in ulteriori spese una volta raggiunti gli stand? Le cifre giuste secondo me potrebbero essere: 10 euro biglietto intero, 7 euro ridotto. Un contributo alla manutenzione della villa e al ripristino del prato danneggiato dallo scalpiccio dei visitatori (che tra l'altro mi sono sembrati tutti molto civili).


Voto 4: alla signora seduta dietro di me quando con Simonetta abbiamo seguito un piccolo corso del Vivaio delle Commande sulla coltivazione delle peonie. Anche se parlava a bassa voce, l'ho sentita, sa, signora? quando a suo marito ha rimproverato: "Ecco, vedi, la nostra peonia non cresce perchè non le hai messo lo stellatico".


Voto 5: ai mezzi di trasporto. Vi ho già spiegato come sono arrivata dalla provincia di Verona fino a Cernobbio: un'attraversata transoceanica è meno impegnativa dell'affrontare in Italia trecento km a bordo di mezzi pubblici. Cruciale anche il problema della viabilità "vecchia" del luogo (una strada sola fiancheggia il lago e porta alla villa), e che costringe autobus e macchine a imbottigliarsi con niente. Solo in parte l'obsoleto sistema stradale è soccorso dal servizio gratuito dei battelli che da villa Erba riportano in città i visitatori. 
Preparateci per la partenza alle 14 per prendere il treno del ritorno alle 14.58, durante l'attesa per l'imbarco sul battello, ho veramente temuto di non fare in tempo a "salire in carrozza". Il numero di telefono del taxi già in tasca al nostro arrivo sul pontile e una corsa da cardiopalma verso i binari ci hanno permesso di sederci sul treno e tornare a casa prima di notte fonda.


Voto 6: ai punti ristoro e ai servizi igienici. Fantastici gli stand delle pasticcerie, alcune a prezzi vantaggiosi, ma per il salato si poteva scegliere davvero tra poche opzioni (ed era pure caro). Indimenticabile la sosta pranzo presso lo stand di Incomincia per C, che forniva all'interessante cifra di 12 euro cestini da picnic (focaccia casereccia, muffin, mela, acqua, tovagliolino di carta) con tovaglia da picnic in regalo. 
Pochi i bagni, che per fortuna avevano numerose toilettes. Splendida la tenda turca posizionata tra i vivai: non ho potuto apporfittarne, ma vi offrivano tè alla marocchina, ossia aromatizzato alla menta.


Voto 7: all'oggettistica da giardino esposta in vendita. Confermato il trend di questi anni, di ispirazione provenzale e vintage. Non sono mancati anche accessori fantasiosi e in ferro battuto, spesso opera di originale e sapiente artigianalità.


Voto 8: all'esposizione fotografica di Carassale, intitolata "Trasparenze". Non sufficientemente valorizzata dalla collocazione dedicatale (lungo un corridoio del padiglione espositivo, tra il viavai della gente che non stimolava di certo a soffermarsi con tranquillità davanti alle immagini). Bisogna avere più sensibilità per questi dettagli.



Voto 9: per simpatia, e perchè aveva lo stand di rose più colorato e ricco di Orticolario, al vivaio Florio. Al grido di "Venite ad annusare, il profumo non costa niente", il signor Florio ha dimostrato di essersi calato in pieno negli intenti ispirazionali della manifestazione di quest'anno e di sapere come stimolare i visitatori a comprare. Così si combatte la crisi!


Voto 10: a chi mi invita l'anno prossimo!!!



Cosa mi sono portata a casa? un'iris del vivaio Guido degli Innocenti (Lovely Senorita), un anemone giapponese Lady Gilmour, di piccola "taglia" e di colore rosa chiaro, due tillandsie, il cestino da picnic di Incomincia per C... Tot. circa 32 euro. Non ho potuto indulgere in altre spese perchè il lungo e periglioso (per le piante) viaggio in treno non me lo permetteva.

giovedì 2 ottobre 2014

Appuntamenti interessanti di ottobre

Ottobre, come avete modo di riscontrare dalla mia pagina Agenda - eventi e manifestazioni, quasi al pari della primavera, è periodo di interessanti appuntamenti a tema giardinicolo. 
Come già avrete letto su altri blog, è in programma, presso il giardino medievale di Torino, la manifestazione "DI SANA PIANTA | Cesti, arredi e intrecci nel Giardino del Borgo Medievale di Torino". Vi riporto in merito un po' di informazioni che mi ha passato l'ufficio stampa.



"Passeggiando per il Borgo sarà possibile incontrare piante e cesti di tutte le dimensioni intrecciati con sapiente maestria da Villa; nel Giardino delle delizie si sveleranno panche e sentieri in legno, mentre tavoli, specchi, poltrone, accoglipasseri, ciotole e piccoli arredi saranno disseminati ovunque, tra le tettoie e il Giardino dei semplici, passando per l’Orto e per il Cortile.  
Una specie di caccia al tesoro, dove il piacere ludico si alterna alla praticità, con momenti di dimostrazioni che vanno da un paio d’ore ad una giornata intera a seconda che si voglia provare a realizzare un cesto con le proprie mani o provare ad intrecciare a regola d’arte per dare vita a piccoli e grandi arredi da giardino".
Inaugurazione il 3 ottobre, alle 17.00. Ingresso libero.
DI SANA PIANTA
Cesti, arredi e intrecci nel Giardino del Borgo Medievale di Torino
Borgo Medievale - Viale Virgilio 107, Torino
Inaugurazione 3 ottobre ore 17.00 ingresso libero
Dal 4 al 12 ottobre 2014
Orari dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18 - chiuso il lunedì
Ingresso 1,00 euro – Abbonamento Musei ingresso libero

Molto interessante anche la manifestazione Orticolario, che dal 3 al 5 ottobre avrà luogo a Cernobbio, sul lago di Como. Tantissimi i vivaisti in esposizione, e le conferenze con protagonisti grandi nomi del giardinaggio professionale. Un appuntamento che ormai si ripete da qualche anno, e che per il 2014 sarà ulteriormente "impreziosito" dalla presenza dello stand della bellissima rivista online Blossomzine. Sarà facile incontrare la direttrice, Dana Frigerio, e una delle contributor della rivista, la a voi sicuramente già nota Simonetta Chiarugi.

Foto di Dario Fusaro

Spero di riuscire a fare una capatina anch'io...

sabato 27 settembre 2014

Il giardino di villa d'Este a Tivoli

Una piccola gita effettuata la prima settimana di settembre, in una giornata soleggiata e senza troppa calca di turisti intorno.

Una delle scalinate che scendono dalla villa e portano al vialone


La fontana dell'Ovato. Uno stile che anticipa il barocco. Architettonicamente, unisce il fascino rupestre delle rocce che la circondano ai rimandi della mitologia greca rappresentati da una statuta di Apollo, che sovrasta la struttura.

Villa d'Este si lega al nome di Ippolito II d'Este (1509-1574), figlio di Alfonso I d'Este e Lucrezia Borgia. Deluso per la mancata elezione a papa, Ippolito II, uomo dissoluto e amante della bella vita, decise di "consolarsi" costruendo villa e parco sulle rovine di un antico sito romano, non distante da quello dell'imponente villa Adriana. La trionfale inaugurazione della villa fu celebrata nel settembre del 1572, con la visita di papa Gregorio XIII; il cardinale Ippolito se la godette per poco, poichè morì un paio d'anni dopo, il 2 dicembre 1574.

La celebre fontana dell'Organo

Le vasche delle peschiere riflettono l'azzurro del cielo.


I lavori di costruzione durarono a lungo e incontrarono numerosi problemi, soprattutto a livello burocratico (succedeva già allora...). Ippolito però non si perse d'animo, riuscì a completare il suo progetto e, grazie alla realizzazione della villa, che dette lustro alla cittadina di Tivoli, venne nominato governatore a vita della stessa.


Uno dei cipressi secolari del giardino. Alcuni hanno rami che, a causa dell'età e del peso, cedono a terra, e devono essere sorretti da apposite "grucce" perchè non si rompano.

Uno angolo del giardino arricchito dalle fioriture tardoestive di anemoni giapponesi.




Villa d'Este è caratterizzata dalla presenza di innumerevoli fontane, di mille fogge diverse, per lo più a carattere mitologico. Zampilli scaturiscono da ogni dove, e creano oasi di freschezza dalla calura dell'estate. La fontana più famosa è quella dell'Organo: a orari predefiniti, l'organetto si apre e comincia a suonare, grazie a un meccanismo (di recente restaurato) movimentato dal solo passaggio dell'acqua. Non illudetevi, quando l'organo viene messo in azione, non si vedono zampilli alzarsi a ritmo di musica: lo "spettacolo" consiste semplicemente nel sentirlo suonare. Il fenomeno aveva di molto impressionato però i contemporanei di Rinaldo d'Este (1641-1672), che ne fece realizzare il congegno a Claudio Venard.


I limoni in vaso sui bordi delle vasche delle peschiere. Sono di diverse varietà, tra cui alcune con frutti variegati.


La fontana della Civetta: anche questa fontana possedeva un meccanismo, di recente restaurato, che faceva "cinguettare" gli uccellini e la civetta di metallo che la adornavano.



L'ultimo proprietario privato della villa fu l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-d'Este, che cercò di venderla per una cifra enorme allo Stato italiano. La Storia però intervenne per lui diversamente: come è noto, l'arciduca fu assassinato a Sarajevo il 28 giugno 1914, liberando i ministri italiani dall'imbarazzante questione dell'acquisto, ma scatenando la sanguinosa Grande Guerra.   
Finita la prima Guerra Mondiale, la villa passò allo Stato Italiano e venne restaurata per l'apertura al pubblico.





Una piccola imbarcazione nel belvedere della Rometta.

Il viale delle Cento Fontane ha fatto da sfondo a numerosi film.



Il giardino è opera di Pirro Ligorio, che lo progettò accordando sapientemente tra loro terrazze e pendii del terreno, imponendo un asse longitudinale centrale e cinque assi trasversali principali, sulla base di uno schema architettonico tipico delle città romane.
Vecchie mura urbane furono riutilizzate come contrafforti per reggere il terrapieno sotto il quale si estende il giardino, e l'approvvigionamento dell'acqua per le fontane, calcolato in quantità precise, fu ottenuto grazie a un articolato sistema idraulico scavato sotto la città di Tivoli per attingere dall'Aniene. Le fontane funzionavano (e funzionano tuttora) senza l'aiuto di alcun congegno meccanico: gli zampilli scaturiscono grazie alla naturale pressione dell'acqua.
Da Wikipedia ricavo alcuni numeri di villa d'Este: "250 zampilli, 60 polle d’acqua, 255 cascate, 100 vasche, 50 fontane, 150 piante secolari ad alto fusto, 15.000 piante ed alberi ornamentali perenni, 9.000 m2 di viali, vialetti e rampe".

Uno zampillo si apre a ventaglio su una vegetazione di felci.