Anni fa, prima che ci fosse l'orto, nel mio quadratino di terra mia madre coltivava un giardinetto (poi l'ho esautorata). Vicino alla rete di confine, aveva messo a dimora una rosa di un bellissimo colore arancio sfumato (sembrava quello che si vede a volte all'aurora intorno al sole), un innesto su un'altra rosa meno bella ma più forte. Un inverno, l'innesto è morto, ed è rimasto il portainnesto. Nessuno lo ha più curato. Subentrata io col mio orto, ho portato avanti le mie aromatiche, poco interessandomi alla vecchia rosa rimasta lì, sempre più nascosta tra l'origano, la salvia e la gramigna.
Col tempo, ho cominciato a impietosirmi per lei: di varietà sconosciuta, e di caratteristiche ordinarie (per capirsi, non è di certo la rosa di un qualche celebre giardiniere inglese), è straordinariamente tenace, e anche quando viene colpita dagli afidi non molla, fiorisce, senza concimazioni, senza complimenti, senza sguardi che la ammirino.
Questa primavera l'ho liberata dalle troppe erbacce, ormai più alte di lei. Tra le volute dei rami di caprifoglio, tra le spighe dei boccioli di salvia, tra i riccioli del parthenocissus, ora è in fiore, senza neanche un pidocchio o una macchietta nera, ma non l'ho trattata con lo spray. Gli insetti "buoni" la stanno visitando, il suo portamento è nobile, da regina delle piante; anche se sta in un comunissimo orto si staglia fiera e allunga rami come fossero scettri. Per me è come la Rosa per il Piccolo Principe: l'unica del mio pianeta-orto, è orgogliosa e piena di sè, ma tant'è, non sarebbe una regina-rosa se non si facesse rispettare, e io ne ho cura proprio per questo...
























