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domenica 27 settembre 2015

Fockea edulis in fiore

Ho dovuto chiedere consulto a degli amici botanici di professione per conoscere il nome di questa succulenta, la Fockea edulis. La coltivo da una dozzina di anni, e a suo tempo l'ho acquistata senza cartellino:


Ogni estate la metto in un posto un po' riparato dal sole diretto, e la innaffio due o tre volte alla settimana. A volte me la dimentico.


La base succulenta della pianta. Sembra un piccolo baobab.

A metà ottobre la ritiro in casa. Raramente mantiene tutte le foglie, per la maggior parte dei casi secca gradualmente la chioma e i rami. A marzo è quasi del tutto spoglia, ma ad aprile, grazie alla sua sensibilità di pianta, anche se sta in un angolo sperduto e semibuio del corridoio, avverte il cambiamento della luce e butta qualche delicato rametto nuovo. Sa sempre quando fuori è iniziata la primavera. 
In casa non la innaffio mai. La tengo distante da correnti d'aria e termosifoni.


I boccioli dei fiori.

In settembre mi ricompensa con le sue fioriture. Un po' sui generis, per carità, ma ricche, seppur visibili solo a una osservazione attenta, da vicino. Un evento da giardino botanico. I fiorellini, a stella, verdi, con al centro un'altra stellina bianca, compaiono lungo i rami che si arrampicano sui sostegni che fornisco alla pianta. Quest'anno mi è "scappata" su un traliccio in legno che le stava vicino. Mi toccherà portarla in appartamento con tutto il treillage...

venerdì 7 agosto 2015

La pianta grassa in calzamaglia

Non è ancora diffusissimo in commercio, ma sempre più spesso nei garden center o nei vivai specializzati fa capolino: si tratta del Senecio scaposus.

Il genere Senecio comprende numerosissime specie, anche molto diverse tra loro, e originarie un po' da tutto il mondo. In comune tra di loro hanno fiori simili a quelli degli astri (appartengono alla famiglia delle asteracee), che una volta maturati in pappi diventano dei piccoli soffioni bianchi e pelosi (senex in latino significa "uomo vecchio").

Ho acquistato un esemplare di Senecio scaposus un paio di anni fa, e si è mantenuto bene. Ha emesso nuovi cespi, non è ancora fiorito, e ha una curiosità: tutto il corpo della pianta è involucrato da una specie di membrana chiara, una retìna molto sottile, che le calza addosso come un collant. Se si innaffia molto la pianta in estate, tende a crescere tutto all'improvviso, tanto che la calzamaglia non fa in tempo ad adattarsi al cambiamento e si strappa per la pressione delle foglie ingrossate al suo interno.
La membrana bianca è un altro dei numerosi stratagemmi (come spine molto fitte, articoli ridotti e panciuti, peluria, filamenti papiracei) che le succulente hanno escogitato in natura per proteggersi dalle escursioni termiche.
Una foglia cresciuta velocemente ha strappato il suo involucro protettivo.

Foglie rivestite di membrana intatta.

Coltivate il Senecio scaposus al sole o mezz'ombra, portate all'aperto in maggio e innaffiate con regolarità da aprile-maggio fino a ottobre (quando cominciano i primi freddi sospendete le irrigazioni e riportate al coperto). Fate in modo che cresca in modo armonico, altrimenti si smaglia tutto!

mercoledì 18 giugno 2014

Sorprese di giugno


E' un po' che latito dal blog, ma l'estate è alle porte e tra lavoro, casa e giardino non so più come cavarmela. Mi spiace inoltre che la mia scheda dei lavori di giugno non sia ancora stata caricata da Blogger: è pronta da venti giorni ma non compare sulla pagina. Boh.
Mentre non ci tengo dietro a tutto quello che ho da fare e le giornate non mi sembrano mai abbastanza lunghe per portare a termine i miei impegni, qualcun altro ha il tempo di stupirmi. Una pianta grassa che coltivo da tempo (credo si tratti di una qualche varietà di Pachyphitum, l'ho comprata senza cartellino) è fiorita per la prima volta in... penso almeno otto anni di cure:



Non avrei mai detto che facesse fiori di questo colore, me li sarei aspettati, se proprio proprio, bianchi. Da quando tengo alcune piante grasse nella serra del sottoscala in inverno, ho notato maggiori fioriture e soprattutto sbocci di specie che prima non si erano mai degnate di aprire una sola corolla. Lo stesso, l'anno scorso, è successo con alcune crassule: fioretti inusitati bianchi. Pochi, ma li hanno fatti.
Mentre facevo al Pachyphitum un po' di fotografie (sta ancora semidimenticato in serra, nell'angolo più remoto, coperto di ragnatele), mi sono girata e dei filetti verdi in un semenzaio hanno colpito la mia attenzione:




Sono nati i semi di ippeastro nano che avevo seminato un mese fa!!!
Ci avevo provato anche l'anno scorso, ma non c'era stato niente da fare. Quest'anno ho innaffiato molto meno, e credo che la tecnica abbia funzionato: umidità costante ma non eccessiva, semina a fine maggio tenendo i vasetti in serra. Ne seminerò altri.
I semi provengono dai fiori di un bulbo che ho acquistato in aprile. Ho usato del terriccio da giardino riciclato da un vecchio vaso (alla faccia della qualità). In mezzo c'è mescolato qualche bozzo di argilla, dalle foto si vede. Due semi per quadrato di vaschetta. Se volete qualche semino per provare anche voi, mandatemi un messaggio.
Cari amici, spero di farmi risentire al più presto, mi assenterò ancora al blog per prendermi qualche giorno di relax. Buone vacanze a tutti voi, che partiate o no vi auguro una splendida estate.

venerdì 30 agosto 2013

Campanelline di fine agosto

Agosto è un mese un po' temuto dai giardinieri, per la povertà delle fioriture che concede. Finiscono di fiorire molte specie delle nostre latitudini, che poi muoiono o si "ritirano" sotto terra (se bulbacee o perenni erbacee) fino alla prossima primavera, per sopravvivere al caldo torrido. Per fortuna, subito vengono sostituite dalle piante esotiche, come piante grasse, canna indica, hedychium gardnerianum eccetera, che provvedono ad aprire le loro corolle sgargianti e di forme bizzarre proprio grazie al sole implacabile.


Negli ultimi due-tre anni, ho cercato di ovviare all'inconveniente di spogliazione del giardino dai fiori ricorrendo alle numerosissime varietà di dalie e astri, e anche di zinnie. Quest'anno, per sperimentare, ho provato con una nuova (per me) bulbacea, poco conosciuta, ma abbastanza facile da reperire nei vivai, ovvero la Bessera elegans.


Originaria dei territori messicani, questa pianta si riproduce da cormo. Fiorisce quando le temperature sono abbastanza alte, e si comporta un po' come le dalie: teme il freddo invernale, ragion per cui bisogna proteggerne o ritirarne in casa i cormi prima che geli. La Bessera teme anche i ristagni idrici protratti a lungo. Io l'ho coltivata in un vaso largo 30-40 cm, di terracotta, e mi sono trovata benissimo. La fioritura ci ha messo un po' a comparire, ma è soddisfacente.

  

Unica nota estetica negativa di questa specie, sono le lunghissime foglie sottili che non si reggono dritte, ma ricadono mollemente a terra, con conseguente rischio di calpestarle e sciuparle. 
I fiori, piccoli ma di colori estremamente allegri, spuntano su degli steli lunghi fino a 50 cm. Li vedrei bene in un'aiuola in mezzo a piante più basse con fiori di colori freddi: la Bessera elegans spiccherebbe in modo simpatico e grazioso, senza dar mostra del fogliame floscio.


Mi incuriosisce notare come, in questo mese, anche altre fioriture diciamo esotiche hanno la forma a campanella. Penso ai fiori della Cotyledon ondulata, acquistata a maggio a Orticola:


Si tratta di una succulenta dalle curiose foglie dai bordi ondulati, e di colore chiaro, a causa della patina che le ricopre, come a volte si vede anche su altre piante grasse (credo sia uno dei loro trucchi per resistere al caldo).
Anche i fiori della Cotyledon ondulata, internamente, hanno un bel colore acceso (nella foto sopra, si vede uno dei miei gatti, Pepe).


Concludo con i più noti, e da me ogni anno attesissimi, fiori a campanellino, carnosetti e stellati, della Huernia macrocarpa, pianta che credo di coltivare ornai da almeno un decennio:


Un'altra succulenta, di facile coltivazione; in inverno è sensibile alla cocciniglia che si annida alle estremità degli articoli, morbidi e privi di spine. La Huernia ogni anno fiorisce dagli articoli nuovi, e nonostante i manuali la definiscano una pianta che ama le posizioni soleggiate, la mia, esposta al sole diretto, si scotta anche se esposta gradualmente, e non vuol saperne di fiorire se non viene tenuta in mezz'ombra. E io, tutti gli anni, la accontento: posticino luminoso ma non colpito direttamente dal sole, acqua ma senza farla marcire. Quando le sue "stelline" si aprono, per me è sempre una magia!

giovedì 18 luglio 2013

Ed ora, echinopsis!


Dopo aver parlato di echinacea ed echinops, ecco che ieri sera è fiorito uno dei miei esemplari di echinopsis.
L'Echinopsis è un genere di cactacee composto da numerosissime specie. Credo che la mia sia un'Echinopsis eyriesii. Il dubbio che ho è dovuto al fatto che, dodici anni fa, è arrivata a casa mia come regalo di una signora, quindi non l'ho acquistata col cartellino in un vivaio specializzato.


Se non è "il", di sicuro è "uno dei" cactus più diffusi sui davanzali italiani. Facilissimo da coltivare, perfetto per i principianti, è originario dell'America meridionale, quindi Argentina settentrionale, Bolivia, Brasile meridionale, Uruguay e Paraguay.



Dotato di un fusto verde scuro, globulare "da giovane", col tempo tendente al cilindrico, non diventa altissimo (max 20 cm), ed ha un diametro di 9 cm. Tende ad accestire, cioè produce intorno a sè un elevato numero di polloni che si sviluppano lungo le costole, verso la base, caratterizzate da spine bianche e nere, corte, su areole chiare. Quando i polloni raggiungono una dimensione di circa 4-5 cm di diametro, possono essere staccati e messi in vaso per conto loro. Molto spesso sviluppano radichette quando sono ancora attaccati alla pianta madre (l'echinopsis della foto è uno dei tanti polloni della pianta che mi è stata regalata, che è ancora in vita).
Questo cactus non richiede particolari cure. A parte la tipica sensibilità ai marciumi basali causata da prolungati ristagni d'acqua, ama un terreno leggero ed aerato, ma tollera anche un certo grado di argillosità. E resiste a brevi e leggere gelate. In inverno, soprattutto nel nord Italia, va però portato al riparo, in luoghi freschi (15-18 gradi, per garantire la fioritura l'anno successivo).
Concimazioni settimanali da aprile a settembre, ma non strettamente necessarie. Moltiplicazione, come ho detto, da pollone. Esposizione in pieno sole, soprattutto durante la fioritura, o tutt'al più mezz'ombra luminosa e calda. Ogni tre-quattro anni controllate il panetto di terra, se potete, estraendolo dal vaso: le radici sono sensibili alla cocciniglia farinosa. Periodici cambi di terriccio sono, per questo, salutari.


La cosa che rende così popolari le echinopsis sono i loro fiori straordinari, e facili da ottenere. Hanno corolle di diametro sui 10-12 cm, talvolta di colore forte, rosso, molte altre volte (dipende dalla specie) di colore bianco. Quello della mia echinopsis ha petali sfumati di un rosa delicato. I fiori dell'Echinopsis subdenudata, di cui vi ho già parlato qui, sono meravigliosamente profumati.
Unico difetto: durano un giorno. Il fiore della foto, dopo una lunga "gestazione" (il cactus ci impiega almeno un mese a svilupparlo tutto), si è schiuso ieri sera e stasera ha già mostrato alcuni petali sgualciti.


Confrontare la lunghezza dello stelo del fiore con l'altezza del cactus in sè, tutto tozzo, la dice lunga sullo sforzo che la pianta deve aver fatto per produrlo! In questi anni le mie piante ne hanno emessi parecchi, ma ogni estate è un'emozione vederli schiudersi nella penombra della sera...


lunedì 11 marzo 2013

Talee di gardenia

Vista la bella giornata di domenica, mi sono sbizzarrita -come non c'è dubbio che abbiano fatto molti di voi- tra orto e giardino, e ho pulito la serra. Come sapete, la mia serra del sottoscala esterno è lunga tre metri ma larga solo uno (copre il marciapiede). Dove è più basso, ho stipato le piante grasse. A metà serra, c'è il vaso di limone, che occupa tutto il metro di larghezza, e non mi permette di raggiungere le piante grasse. Ma le ho messe in fondo apposta, perchè comunque per tutto l'inverno non le innaffio. E poi, vicino alla porta, altri vasi e vasetti.
Spostandone qualcuno, ho trovato, dimenticati da sei mesi, due vasetti insacchettati che contengono le talee di gardenia che ho fatto a settembre. Oh là là ho pensato, li ho presi, dalla trasparenza del sacchetto ho notato delle sagomette verdi, e subito ho aperto perchè il sospetto è...


...che siano attecchite!
Lo dico sottovoce perchè la cosa è ancora agli inizi, ma... sarebbe fantastico! Se non altro, sembrano ancora in buone condizioni.
Avevo già provato con delle altre in agosto: una di gardenia, che è andata subito a farsi friggere, un paio di ortensia, che hanno fatto sperare inizialmente ma poi sono state rovinate da un fungo, e diverse di clematide, che però si sono mezze "bruciate" quando ho aperto, troppo presto evidentemente, il coperchio della mini serra in cui stavano.
Questa è la difficoltà del far talee: farle radicare è un processo lungo e delicato, ma non impossibile. Il bello viene quando si deve portare la piantina a contatto con l'aria esterna, una volta attecchita, e se è troppo presto o il passaggio non viene effettuato per gradi, i nuovi germogli avvizziscono, e la talea non regge e si ammala.
Adesso le talee di gardenia, sopravvissute per conto loro tutto l'inverno (il che per me ha dell'incredibile) in una serra non riscaldata, supportate dal microclima del loro sacchetto, sono sempre in serra, ma a sacchetto aperto, perchè si abituino all'aria esterna. Spero di aver colto il momento giusto. Il terriccio mostra una leggera patina verdastra, segno che si stava formando il muschio per mancanza di traspirazione.
Incrocio le dita.
Appena ho tempo e le condizioni climatiche lo permetteranno, ho già deciso che tenterò con nuove talee di ortensia, altre di gardenia, clematide e forse anche camelia. Moltiplicare in questo modo le piante è di certo un ottimo spunto per una garden review come si deve. Serve pazienza, ma quando una talea riesce dà delle soddisfazioni enormi, e dimostra quanto ci siamo avvicinati alla sensibilità delle piante che trattiamo, intuendone le necessità.

Le piante grasse in fondo alla serra sono visibili solo dall'esterno. Osservandole attraverso il pvc trasparente, ho notato che una crassula obliqua è fiorita (ho cerchiato in rosso il fiore, due corolline bianche, ma non si vede neanche il cerchio).


Cavoletto, in più di dieci anni che la coltivo non era mai successo, e ora faccio fatica a fotografarla!

martedì 27 novembre 2012

Tenerife: altri luoghi da visitare per gli amanti del giardinaggio.

Vi ho già parlato del Teide, il vulcano che ha originato Tenerife, e dove è possibile ammirare alcune piante endemiche dell'isola, e in particolare il Tajinaste rojo, ovvero l'Echium wildprettii: una borraginacea resistente ai climi impervi, caratterizzata da fioriture a spiga di un colore rosso molto vistoso.
Vi ho parlato anche della vicina Gomera, e dei paesaggi che si susseguono su di essa a breve distanza (cosa comune anche alle altre isole canarie, che insieme raccolgono qualcosa come 23 microclimi differenti).

la draceana millenaria (foto rubata al web)

A Tenerife esistono alcuni giardini botanici, ma si trovano prevalentemente nei grandi parchi di divertimento tematici che sono stati costruiti di recente: il Loro parque, ad esempio, il parco dei pappagalli, elenca tra le sue attrazioni l'Orquidàrio, una collezione di orchidee, e il singolare Katandra Treetops, riconstruzione di una giungla naturale che i visitatori possono ammirare dall'alto. Ma sono luoghi artificiosi, che io in questo viaggio ho preferito evitare.
Molto interessante, e forse più credibile, è il Jardin Botànico a Puerto de la Cruz, distretto di La Paz, paese a nord dell'isola, aperto al pubblico, ricco di piante per noi esotiche, alcune piuttosto rare, e tra le quali è possibile camminare seguento i numerosi vialetti.
Molto famosa la Draceana millenaria situata a Icod de los Vinos, nel nord dell'isola. L'albero ha una chioma che misura 12 metri di larghezza, e il tronco 14 m di altezza. Nella zona, molte le cantine e le aziende vinicole da visitare.
E' possibile fare tappa anche in qualche vivaio: il piccolo El Draguito (a La Orotava, località Los Rechazos, tel. 922 334112), dove ho acquistato una bustina di semi di Tajinaste rojo e di plumeria (la stagione non è ancora adatta per trovarne delle talee). Nei supermercati è invece facile reperire sementi di piante per noi esotiche, compresa la Sterlizia reginae e la jacaranda, a prezzi che in Italia ce li scordiamo.
Ma non dimenticate, soprattutto se avete dei bambini, di fare una capatina al simpatico  mini golf Santiago (www.parquesantiago.com) a playa de Las Americas: un originale minigolf ambientato in un piccolo giardino affollato di cactus giganteschi.
Occhio a dove vi appoggiate: ci sono spine dovunque!

sabato 17 novembre 2012

La natura a La Gomera, isoletta canaria.

Viaggio: un soggiorno di 7 giorni sull'isola di Tenerife, nell'arcipelago canario (Spagna), in un hotel-villaggio a metà strada tra playa de las Americas e playa de los Cristianos, la settimana scorsa. Motivo: villeggiatura, saltata in estate causa impegni lavorativi del maritozzo.
Sabato 10 novembre, l'escursione: isola de La Gomera, a sud di Tenerife, 55 minuti di traghetto partendo da playa de los Cristianos, 57 euro a testa comprensivi di spostamento in traghetto, guida che parla quattro lingue escluso l'italiano (spagnolo, belga, inglese, tedesco, ma quel giorno la nostra lingua non c'era...), pullman per la visita dell'isola, pranzo presso ristorante locale.
Il bagaglio: giacchina a vento, scarpe comode, macchina fotografica, bottiglietta di acqua, sacchettino di carta dove riporre semi eventualmente rubacchiabili dalla flora isolana senza farsi beccare.

Otto e mezza del mattino, si parte: il traghetto, "Volcàn de Taburiente", carico di turisti di ogni provenienza (il turismo a Tenerife è davvero internazionale), salpa verso quella che alla nostra vista è ancora solo una sagoma azzurra circondata da qualche nuvola. E' La Gomera, l'isola colombina, così soprannominata perchè lì fece tappa Cristoforo Colombo nei suoi viaggi verso le Americhe. Per quel che ne so, era anche l'isola di provenienza del famoso Yanez, l'amico inseparabile di Sandokan.
Quando La Gomera finalmente ci compare nitida davanti, il sole è alto nel cielo sgombro di nuvole, e siamo sicuri che il tempo meteorologico è dalla nostra parte. La  settimana precedente a Tenerife è invece stata clamorosamente piovosa, come non succedeva da duecento anni, per fortuna l'abbiamo evitata. L'escursione che stiamo per fare parte sotto i migliori auspici.
Attracchiamo a San Sebastian de la Gomera, porto e centro abitato principale dell'isola, che con i suoi 352 metri quadrati di superficie è la seconda isola più piccola dell'arcipelago canario. Saliamo sul nostro autobus, il 38, come indicatoci quando eravamo sul traghetto dalla guida. Seduti in mezzo a una trentina di inglesi di mezza età, mio marito alza il naso, si guarda intorno un po' perplesso. Abbiamo sbagliato pullman! Il nostro è sempre il numero 38, ma diverso, e parcheggiato lì vicino. Scendiamo a razzo per salire su quello giusto, mentre la nostra guida, un uomo sui quaranta-cinquant'anni, simpaticissimo, se la ride e si scusa per il disagio. Non aveva previsto che, su tre pullman presenti in giornata, due avessero lo stesso numero. Altrochè buoni auspici, a momenti ci univamo al gruppo sbagliato!
L'escursione comincia con una risata, mentre il mezzo sale verso l'interno dell'isola, lungo la strada che si arrampica sulle pendici del Garajonay, l'antico vulcano che ha dato origine al luogo. Il panorama che nel giro di venti minuti ci appare è incredibile: nella foto in alto, potete vedere la magnifica vista del mare aperto e sullo sfondo il vulcano Teide di Tenerife. I fianchi del Garajonay sono coperti da una flora di euforbie, fichi d'India, aeonium, che crescono in pieno sole.
erica arborea
Dopo meno di un'ora di viaggio, però, il paesaggio cambia: mano a mano che ci addentriamo verso l'interno, oltrepassati vari tornanti che ci allontanano dalla vista del mare, il clima di irrigidisce. Entriamo nel parco nazionale del Garajonay, ma improvvisamente ci sembra quasi di essere in Scozia. Spariscono le opuntie, il sole si vela di nubi, l'aria è più fredda e la vegetazione si infittisce: interi boschi di erica arborea si aprono intorno a noi. Magnifici. Ci fermiamo per una sosta (motivo: fuga di tutti al bagno), dopo di che la guida ci invita ad entrare a piedi nel bosco, per sentirci nel "corazòn" della natura (beh, parlava spagnolo ma abbiamo chiacchierato insieme un bel po'). Eriche che da noi si fanno ammirare solo a venti centimetri da terra, dilatano sopra le nostre teste i loro rami coperti di muschio verde. Il profumo di sottobosco è delicato; qua è là, cespugli di margherita gigante, denti di cane alti un metro (!), salvia, felci... La guida ci spiega che a La Gomera ci sono due tipi di eriche: la già citata erica arborea, con fiori bianchi, aghetti inclinati, il cui legno è pregiatissimo per la fabbricazione delle pipe; e l'erica scoparia, con fiori rossi e aghetti ritti. 
dente di cane

margherita gigante
Inoltre, a Gomera si possono contare quattro tipi di alloro, di cui uno solo aromatico e utilizzabile in cucina, ma non profumato come quello europeo.
la patata, appesa nel ristorante

Ripartiamo: il paesaggio cambia di nuovo, si arricchisce di betulle e pini canari. Ma non per molto: dopo coste montane adatte alla crescita dei funghi, riprendiamo la via verso il mare, e la flora lascia spazio alle banane, agli alberi di ficus benjamina in più varietà, alle palme canarie (palma canariensis), alle piante di caco, papaya, mango, cactus...
La sosta successiva è presso un ristorante, dove consumiamo un veloce pranzo con pietanze ottenute da piante locali (in particolare, una patata enorme che sembra un tappo di sughero gigantesco, appartenente al genere colocasia). Il ristoratore, con l'aiuto di un ragazzo e di una ragazza, ci dà una dimostrazione del famoso silbo gomero: si tratta di un modo di comunicare antico degli abitanti di Gomera, per trasmettere informazioni a grandissime distanze modulando la voce nel fischio. Altrochè cellulare!
Tappa successiva: il Molino del Gofio, azienda agricola-museo dove la guida ci illustra la coltivazione di diverse specie da frutto (compresa la pianta di pera-melone dal simpatico frutto variegato di viola) e il processo di fabbricazione del "miele di palma canaria", un tipo di miele (non nel senso di quello da apicoltura, ovviamente), estratto dalla pianta attraverso un foro da cui, di notte (perchè gli insetti se ne stiano lontani) viene fatta defluire la linfa (mezzo litro, un litro a notte), da bollire ripetutamente per poi ottenerne una sostanza densa e dolce: il miele, con cui si producono sciroppi e liquori.

il pera-melone

il secchietto per raccogliere il miele di palma
 Dal Molino del Gofio ci dirigiamo infine verso San Sebastian, dove la guida ci sguinzaglia per venti minuti di gironzolo libero, prima di salpare. Visitiamo il piccolo centro, la sua chiesa, un negozio, passiamo davanti alla casa di Colombo (la "casa Colòn", ma c'è solo una piccola targa a ricordarlo).

casa Colòn

Sono le sei, è tempo ormai di tornare a Tenerife. Nelle mie tasche, qualche seme di margherita gigante e una bottiglietta di miele come souvenir per la famiglia. Nel mio cuore, i ricordi di una stupenda giornata di sorprese naturali e passeggiate tra gli alberi muschiosi di erica... 

Non perdetevi il prossimo post: il vulcano Teide.


domenica 4 novembre 2012

Cinquanta sfumature di cactus azzurro

Nella gamma di tonalità che i cactus possono assumere per adattarsi e mimetizzarsi nell'ambiente naturale in cui vivono, c'è anche il colore azzurro. Glauco-verde, azzurro-grigio, celestino sfumato di marroncino, i cactus che presentano queste tinte sono spesso più sensibili al freddo, e, in particolare, al freddo protratto a lungo. Mentre gli altri esemplari cactacei non amano il ghiaccio, come è noto, ma riescono a svernare tranquillamente in una serra fredda, gli "azzurrini" vanno di solito portati al riparo preferibilmente in appartamento o in un locale che abbia una temperatura stabile intorno ai 18 gradi: come tutti gli altri cactus, hanno bisogno del freddo invernale per seguire il ciclo naturale delle stagioni e per difendersi dai parassiti, ma non devono "soffrirlo".
Alcuni esemplari di cactus azzurri portano spine robuste, che gli conferiscono un aspetto decisamente aggressivo. Come questo ferocactus emoryi, specie che in età giovanile ha una forma sferica, con tubercoli rilevati e areole spesse, ma in età adulta assume un aspetto cilindrico, costole evidenti e areole più glabre. Le spine sono proprio "feroci":


Altri, hanno spine curiose: papiracee, come nel tephrocactus articulatus. Nonostante l'aspetto meno aggressivo rispetto alle spine del ferocactus, vi garantisco, per esperienza, che sono pungigliosissime. Come se non bastasse, questa specie, nelle areole, ha anche i glochidi.


Altri cactus hanno spine lunghe e flessibili, ma non temibili come quelle papiracee appena descritte. Questo esemplare di leuchtembergia principis è fiorito in ottobre (e questo la dice lunga sul caldo che ha fatto in quel mese). Un fiore grande, giallo con i petali esterni perlescenti, che si è aperto tra i lunghi tubercoli caratteristici della specie. L'arrossamento delle estremità dei tubercoli è normale.


Bellissimi i cactus azzurri con spine sfumate di rosa: nella foto che segue, un'altra specie appartenente al genere ferocactus, ma con spine brevi, tozze e pure uncinate:


Anche molte specie di opuntie hanno il fusto grigio-azzurro. Diffusissima l'opuntia microdasys nella varietà albispina. In questo vaso, coltivo invece due esemplari di opuntia di cui non ricordo più il nome: uno alto, uno prostrato:


Per il fatto che i cactus azzurri non tollerano il freddo prolungato, non fategli nemmeno soffrire troppo caldo: l'anno prossimo potreste trovarli invasi dalle cocciniglie. Teneteli asciutti fino a marzo-aprile, durante l'inverno ovviamente sospendete anche le concimazioni.


Sopra: cereus aethiops. Un manuale lo descrive resistente al freddo, purchè asciutto. In generale, lo trovo un cactus delicato e capriccioso. Il mio, dalla foto si vede, è mezzo bruciacchiato dal troppo sole.