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sabato 23 maggio 2015

Alchemilla alchimista

Piove da un paio di giorni. In un lampo, giardino e orto si trasformano in jungla. Tutto cresce in fretta, si sviluppa e fiorisce. Il giardiniere è tappato in casa, nel fine settimana uggioso, a osservare dalla finestra l'intrico di vegetazione che gli ingarbuglia le aiuole, senza poter far nulla. A casa mia, l'edera americana srotola nuovi rami in cerca di appoggi; la potentilla selvatica sta sopraffacendo le povere fragole; le rose aprono fiori perplessi che si inzuppano di pioggia.


In un angolino ombroso, stanno proliferando, pur con una certa discrezione, due piantine di Alchemilla mollis. Sono arrivate l'anno scorso in una bustina acquistata da Lidl: due radicette secche e malconce che messe in terra hanno fatto gran poco, e dopo lungo tempo. A fine inverno nessuna traccia di loro. Dopo la prima pioggia di aprile, le scopro rinate e in gran forma, grazie all'acqua piovana e all'ombra che le nuove foglie della pianta di kaki proiettavano su di loro.



Oggi le trovo "imperlate" come Coco Chanel, evidentemente soddisfatte del maltempo. Siccome oltre al Lidl frequento anche Wikipedia, da lì imparo che la parola alchemilla (in inglese Lady's mantle) deriva "dall'arabo alkemelych (alchimia), perché gli alchimisti impegnavano tali piante per la ricerca della pietra filosofale, utilizzando l'acqua che si raccoglieva sulla superficie delle foglie".


Cosa faccio, la raccolgo anch'io?

venerdì 27 marzo 2015

Le Giornate di Studi di Orticola di Lombardia - tra piante aliene e futuro del giardinaggio

La maestosa sala in cui è stato organizzato il convegno, il neoclassico Salone del Ballo della Villa Reale di Milano.

Sono reduce dalla partecipazione alle Giornate di Studi ideate dall'associazione senza fini di lucro Orticola di Lombardia nei giorni di giovedì 26, venerdì 27 e sabato 28 marzo (quindi ancora in corso). Per questioni di tempo e di lontananza, mi sono limitata a presenziare a quella di ieri. Le "giornate" di  quest'anno concludono un ciclo di appuntamenti quadriennale (2012-2015), organizzato in vista di Expo, e che ha toccato le tappe fondamentali della cultura giardinicola italiana dal '700 ai giorni nostri.
Gli argomenti della giornata sono stati trattati nel limite di una mezz'ora ciascuno (con qualche sforamento, invero, ma succede sempre così ad ogni convegno), e si sono incentrati intorno alla tematica della "cultura delle piante in Italia dal Risorgimento al Terzo Millennio". Hanno relazionato alcune firme storiche della rivista Gardenia, come Francesca Marzotto Caotorta (fondatrice della rivista), Mimma Pallavicini, Paolo Pejrone (architetto, ha aperto i lavori della giornata), Emanuela Rosa-Clot (attuale direttrice di Gardenia), Pia Meda (giornalista), nonchè altri nomi importanti e di professionisti affermati del mondo accademico botanico e non solo. 

Il programma di venerdì mattina:
- Boscoincittà - l'innovazione ha 40 anni di Luisa Toeschi;
- Le piante aliene di Enrico Banfi;
- Le banche del germoplasma per la conservazione e la valorizzazione della biodiversità vegetale di Graziano Rossi;
- Biodiversità, agricoltura e EXPO di Marco Fabbri;
- Gli orti botanici italiani. Il caso della Lombardia di Pia Meda.
Nel pomeriggio:
- Tra moda, oblio e riscoperta: come cambiano le piante e i giardini di Ermanno Casasco;
- Il vivaismo specializzato in Italia e le mostre-mercato di Mimma Pallavicini;
- Mostrare piante e raccontare giardini di Francesca Marzotto Caotorta;
- Progettare giardini in Italia: nuove tendenze di Patrizia Pozzi;
- Editoriali verdi all'inizio del terzo millennio di Emanuela Rosa-Clot.

Raccolgo qui brevemente un paio degli interventi che ho trovato più interessanti.

Paolo Pejorne. Chiedo pietà per le miserabilissime foto che ho rubacchiato tra una relazione e l'altra, e soprattutto mi scuso con gli interessati per non averli immortalati nei loro momenti e posture "migliori".
Nella mattinata si è occupato dell'argomento "Le piante aliene" Enrico Banfi, noto botanico, già direttore al Museo di Storia Naturale di Milano. Questione di grande rilevanza attuale, quello delle piante alloctone, che rischia di diventare molto condizionante negli anni futuri a causa della diffusione di queste specie estranee dei nostri territori, grazie alla loro capacità di spontaneizzarsi, a volte entrando in grave competizione con la vegetazione preesistente. 
Alcune piante aliene sono state introdotte nel nostro Paese volutamente, come la cosiddetta palma del Giappone (Trachycarpus fortuneii), inizialmente coltivata per fini ornamentali solo in serra, perchè si temeva che non resistesse agli inverni rigidi. Nell'Ottocento Robinia pseudoacacia allarga notevolmente la sua diffusione perchè una volta uscita, per così dire, dai giardini dei ricchi che la coltivavano per la bellezza e il profumo dei suoi fiori, si dimostrò ottima nel combattere la franosità del terreno, ed è impiantata lungo i pendii delle ferrovie all'epoca in costruzione. La robinia, osserva Banfi, pur essendo una pianta aliena, ha numerosi pregi: il suo legno è stato in passato utilizzato per costruire le ruote dei carri; sostituendo i boschi di querce e carpini, ha protetto piante di sottobosco che altrimenti sarebbero andate perdute. E' una pianta "contenibile", nel senso che se ne può controllare la diffusione, in quanto matura velocemente, e una volta invecchiata lascia spazio a elementi più giovani. Mellifera, i suoi fiori sono commestibili.
Diverso il discorso per l'ailanto (Ailanthus altissima), che crea deserto nei territori in cui si stabilisce, nel senso che si sostituisce a tutta la vegetazione, opponendosi ad altre consociazioni. La lezione però della robinia e, in modi diversi, dell'ailanto, dimostra che non sempre le piante aliene sono dannose per le zone che le ospitano: nei casi più difficili, rappresentano specie vegetali capaci di sopravvivere in luoghi degradati e nei quali l'uomo non può diversamente intervenire, oppure prestano soccorso a una flora che rischia di compromettersi per la sparizione di tanti alberi.
Dalla seconda metà del Novecento, la diffusione delle piante aliene ha subito una forte accelerazione, a causa degli insediamenti antropici e dell'uso umano dei suoli: una delle nuovissime new entry è Panicum barbi pulvinatum. Una nuova solanacea è stata invece rintracciata in Sicilia, primo caso europeo.
Per contro, coltiviamo nei nostri giardini piante che non consideriamo infestanti o sgradite, ma che in realtà sono dannose per il nostro ambiente naturale. Un caso notevole è quello di Buddleja davidii, la cosiddetta "pianta delle farfalle", che però delle farfalle nostrane è acerrima nemica in quanto fornisce, su vasta coltivazione, luogo di rifugio e di sviluppo dei bozzoli a questi insetti, se la loro specie è esotica, ma non per quelle nostrane, che non ne ricavano nutrimento e quindi non arrivano all'accoppiamento. Pianta delle farfalle fino a un certo punto...
Nymphea x marliacea è una pianta invece che produce splendidi fiori; un suo sviluppo incontrollato mette a repentaglio l'ecosistema dei nostri climi.
Come si affrontano quindi le piante aliene? Vanno per forza perseguitate e sradicate dovunque? Come già accennato, esse si dimostrano utili quando vanno a coprire terre in cui altre specie non potrebbero sopravvivere. Per quel che riguarda casi come la buddleja, basterebbe immettere in commercio cultivar sterili, così da poterle tenere serenamente in parchi e giardini e goderne le fioriture in piena estate, mentre altre specie non fioriscono per le temperature eccessive.

Al microfono Francesca Marzotto Caotorta. Di fianco a lei, Mimma Pallavicini.
Nel pomeriggio, l'intervento (con sforo sulla tabella di marcia di quasi mezz'ora, ma è stato giusto così), di Mimma Pallavicini. Molto più giovanile vista dal vivo che non nelle foto sui suoi libri e sul suo blog, voce fresca e chiara nell'esposizione, la giornalista ha illustrato lo sviluppo in Italia, dagli anni Ottanta in poi, della cultura del giardinaggio, a partire dalla diffusione delle riviste specializzate
1982, nasce Airone; 1984, esce il primo numero di Gardenia; 1986, è il turno della rivista Giardini. La Pallavicini racconta dei suoi esordi professionali con delle tavole per bambini sulla rivista Più, a fine anni Settanta, avvenuto in seguito a un suo contatto con la redazione per segnalare inesattezze ed errori nella nomenclatura botanica.
A fine anni Ottanta si assiste a un boom della divulgazione editoriale della cultura del giardinaggio, grazie alla traduzione di molti libri di Oltremanica. Non sempre queste traduzioni sortiscono un buon effetto: chi traduce non ha competenze botaniche, e non adatta la scelta delle piante ai nostri climi. La cosiddetta "bordura erbacea", che tanto successo riscuote in Inghilterra, sua patria di origine, alle nostre latitudini causa molte delusioni negli appassionati che cercano faticosamente di emularla e riprodurla.
Negli anni Novanta nascono molti vivai di qualità, e i giornali di giardinaggio vedono aumentare vistosamente le copie vendute: i vivai Lossa, Feletig (che dopo essersi dedicato alle rose decide di specializzarsi in siepi da bacca), Rita Paoli, Susanna Tavallini con La Montà, Eta Beta, Didier Berruyer e Davide Picchi sono i fiori all'occhiello italiani (è proprio il caso di dirlo, "fiori"). Contemporaneamente, si allestiscono delle importanti fiere e manifestazioni che faranno storia: Masino, Colorno, Orticola, la Landriana, Frutti Antichi. Ai giorni nostri, ormai ogni città ha la sua manifestzione. Ma venti-trent'anni fa non era così scontato.
La Pallavicini, passando in rassegna velocemente gli anni Duemila, osserva che tra i vivaisti e gli "specialisti del verde" attualmente la delusione è generalizzata. Vuoi la crisi economica attuale, vuoi un certo insuccesso del vivaismo di eccellenza, invocato da molti ma praticato da pochi, in tanti non sono soddisfatti dei risultati ottenuti a fronte dei propri sforzi di coltivazione e selezione di piante di qualità. Fondamentalmente, il giardinaggio praticato dagli Italiani è ancora dozzinale e dilettantesco, improvvisato, e se professionale spesso è esercitato con sufficienza e senza accurati studi.
Negli ultimi quindici anni, in ambito viviaistico si sono distinti Adriana Balzi e il marito con Rose rifiorentissime, specializzato in rose moderne; è nata la manifestazione Murabilia, organizzata dalla stessa Pallavicini.
Cosa prevedono gli scenari futuri? I giardinieri, sulla scorta della lezione di Gilles Clément, dovranno diventare "planetari", professionisti colti e consapevoli dei risvolti ad ampio raggio che la cura dell'ambiente ha oggi giorno. Parola d'ordine sarà "sostenibilità", e attenzione per la flora spontanea dei propri luoghi. Se un tempo i "cacciatori di piante" viaggiavano per il mondo spostandosi di continente in continente, oggi i nuovi esperti botanici devono riscoprire le terre vicine, la vegetazione locale nella sua evoluzione naturale e per influenza dell'arrivo di specie aliene. La prossima frontiera sarà un vivaismo più ponderato, responsabile, che non mira solo a proporre agli acquirenti piante curiose o di bell'aspetto, ma soprattutto piante "testate", adatte davvero ai giardini e ai climi cui sono destinate, sia per fattori climatici sia nel rispetto del risparmio idrico.

sabato 17 gennaio 2015

Giardini (Giusti) d'inverno

Negli anni è scaduto in me il concetto del giardino "bello" perchè pieno di fiori, o di specie ricercate. Credo sempre meno ai giardini esuberanti, a quelli che ti schiaffano in faccia colori su colori, che pretendono di stupirti con belletti ed effetti speciali senza cuore.

Quest'estate ho tinteggiato di bianco delle sedie di legno e un tavolino pieghevole dell'Ikea. Li ho piazzati in mezzo al mio giardi-casino. Qualche sera mi sono seduta a sorseggiare un tè dal profumo fiorito e il sapore leggermente amaro. Intorno calava lentamente l'ombra notturna. Sembrava che tutto si concedesse un po' di oblio, dopo i clamori della giornata estiva. Le piante si mimetizzavano nell'oscurità, i grilli si accendevano nel campo vicino, il traffico della strada si rarefaceva. Io tiravo un sospiro di sollievo, finalmente c'era un po' di scampo da quello che sono le ossessioni quotidiane, del lavoro e di casa.

Poi è arrivato l'autunno, che ha riempito di colori il mio angolo verde senza che dovessi fare molto per quello spettacolo. Il parthenocissus è pittore di se stesso. Ho messo a dimora qualche bulbo, pensando con delizia non tanto ai fiori che ne sarebbero nati in primavera, quanto alle foglioline nuove e fresche che avrebbero attraversato la terra per venire alla luce, quando tutto intorno sarebbe stato ancora spoglio.

Adesso è inverno, guardo il giardi-casino dalla finestra; non ho niente da fare lì, se non appendere le palle di grasso per gli uccelli selvatici. Eppure apprezzo il mio giardino quasi più che nelle altre stagioni. Qualche bulbetto è sbucato da terra, ma non ho fretta che torni la primavera per vederlo fiorito. Anzi, per godermi di più l'inverno, la sua essenzialità, il suo privilegio di essere spoglio ma non per questo "morto", ho fatto un salto, dopo quasi vent'anni dalla mia prima visita, ai giardini Giusti.






L'inverno è la stagione ideale per visitare i giardini storici italiani. Quelli nati prima del Settecento sono costituiti per lo più da architetture topiarie e statue, che li rendono affascinanti anche quando non ci sono fioriture significative.






Muschio, bossi, fontane arricchiscono il silenzio di questi luoghi antichi ma ancora elegantissimi. Il giardino Giusti è curato e piuttosto frequentato tutto l'anno.


Gli agrumi, coltivati in vaso, in questo periodo sono ritirati in una vecchia serra. Nelle aiuole spoglie sono visibili i mucchietti di letame sparsi dai giardinieri per nutrire la terra...





Il giardino è strutturato in maniera tale che, percorrendolo, si sale un dislivello e gradualmente si gode della vista che si apre sempre più sulla città di Verona. All'orizzonte, il visitatore vede affacciarsi i tanti campanili che segnano le posizioni delle varie e numerose chiese cittadine. Quando sono arrivata nel punto più alto del giardino, hanno cominciato a suonare tutti insieme: era mezzogiorno. L'aria era tutta un concerto, una bellissima sorpresa. Di quelle che piacciono a me, di quelle che non c'è un biglietto da pagare, ma avvengono solo se le sai apprezzare.



Trovate delle bellissime foto di questi giardini e altri parchi veneti nel nuovissimo libro di Camilla Zanarotti e Dario Fusaro: I giardini delle ville venete.

 
Del 2014, editore Silvana, bilingue (italiano e inglese).

E se vi piacciono i giardini d'inverno, ecco un corso che fa per voi: organizzato dall'associazione Maestri di Giardino, l'ottavo Campus "Bello d'inverno", a Santa Marizza di Varmo (UD), i giorni 6-8 febbraio 2015.



martedì 6 gennaio 2015

I propositi del 2015

L'anno nuovo è arrivato, e domani è già tempo di smontare il presepe e riporre le decorazioni natalizie. Gennaio è tempo di progetti: mentre la terra è gelata e le temperature fanno passare la voglia di stare in giardino, si sta in casuccia a tracciare disegni di nuove aiuole e a sognare a occhi aperti sui fiori da coltivare la prossima estate. Personalmente, passo ore su Pinterest guardando le immagini dei giardini più belli per trovare ispirazione.

Bardolino (VR), il pomeriggio del primo gennaio.

Quest'anno non ho in mente particolari acquisti: il mio piccolo giardi-casino già straripa di piante, e vorrei diminuire la quantità di quelle in vaso. Questo mi darà la possibilità di risparmiare tempo in innaffiature. Voglio lasciare più spazio alle piante che si "arrangiano", che non hanno bisogno di continui apporti di acqua e sono meno soggette alle malattie. Una parola... però qualcosa si può fare. Ho passato la scorsa estate a correre avanti e indietro con l'innaffiatoio, nonostante abbia installato da un po' l'impianto irriguo a goccia: a questa attività si aggiungeva quella di cura delle rose, eliminazione dei boccioli sfioriti di tante varietà di ogni specie e la raccolta delle foglie delle aromatiche da essiccare: un vero lavoraccio! Considerato che ho un impiego in ufficio a tempo pieno, e a distanza da casa, tra un impegno e l'altro fino alle otto-nove di sera non riuscivo a tirare il fiato. E il fine settimana, pulizie di casa!
Quest'anno parto un po' avvantaggiata: quello passato ho dovuto riverniciare le sedie e il tavolo da esterno (quasi tutte da sola), e preparare le tende da giardino. Il 2015 mi vede alleggerita da queste incombenze, e decisa a complicarmi il meno possibile la vita...
A pensarci bene però qualche acquisto lo farò, ma sarà assolutamente mirato: una rosa gialla, e una peonia, forse bianca, o forse rosa: ma lo saprete appena arriveranno a casa.


Visiterò di sicuro qualche fiera e qualche evento in giro per il nord Italia: mi piacerebbe Masino, per esempio, che non ho mai visto finora. Ho in elenco un vivaio di rose nel Veneto, ma di sogni nel cassetto giardinicoli in realtà ne ho a bizzeffe!
Per quanto riguarda l'orto, i risultati di quel poco che ho coltivato nel 2014 mi vedono soddisfatta solo sul fronte agrumi: la pianta di limoni in autunno ne ha maturati 6 kg, l'arancio quasi 3. Ma le arance sono di nuovo insipide: mi hanno suggerito di aumentare la somministrazione di lupini macinati, ma si vede che non ne ho distribuiti a sufficienza, o devo trovare altra soluzione.
Per ora, ecco la spremuta che ne ho fatto...


Buon anno a tutti!

lunedì 3 novembre 2014

Dietro le quinte della progettazione professionale di giardini: i vivai San Benedetto (VR)


Parlare di giardini significa anche confrontarsi con coloro che, per professione, ne realizzano il progetto e ne curano la sopravvivenza.
In questi giorni ho avuto la possibilità di parlare con Stefano Crestale, titolare della San Benedetto Group, un'importante azienda con sede a Peschiera del Garda (VR).
Immagini del giardino della sede di Peschiera.

Marta:- Ho visitato il vostro sito, e ho constatato che riporta alcune parole da considerare chiave o emblematiche delle attività e degli scopi della sua impresa. Una di queste è "gruppo", team, squadra.
Stefano Crestale:- La San Benedetto Group è una realtà aziendale nata negli anni Sessanta e costituita dall'unione e dal contributo sinergico di tre differenti imprese [tutte guidate dal signor Crestale, ndr]. Ognuna di esse costituisce una "sezione" del gruppo: Tecnica verde, che si occupa della progettazione dei giardini commissionatici e dell'attività di post vendita, che va dalla manutenzione completa di quanto abbiamo progettato alla manutenzione straordinaria o parziale dello stesso; Il Vivaio, la "fabbrica", se si può passare il termine, che riguarda la produzione delle piante e degli alberi che forniamo ad altri giardinieri o che usiamo noi stessi nei nostri giardini; infine, Il podere delle ortensie.
Un'immagine dei giardini curati dalla San Benedetto Group (foto dal loro sito).

Sempre dal vostro sito, mi sembra di capire che l'attività preponderante su tutte quelle che esercitate sia quella che vi impegna nella progettazione, più che nella coltivazione.
Sì, con Tecnica Verde ci dedichiamo alla progettazione prevalentemente di giardini privati. Il nostro lavoro ci porta a operare su degli spazi anche molto diversi tra di loro: possono essere un piccolo luogo verde di città, chiuso tra i palazzi; oppure un giardino che si apre sui vigneti della Valpolicella... in tutti i casi, noi cerchiamo di rendere questi luoghi "vivibili" e funzionali, senza perdere di vista il loro inserimento nel contesto del paesaggio circostante.

Infatti, la terza chiave della vostra presentazione si concentra su questo concetto: creare giardini senza perdere di vista il contesto paesaggistico.
Un bravo progettista deve saper creare armonia tra il giardino e il panorama che lo circonda, deve tener conto di una scala che va dallo spazio esterno, il "fuori" del giardino, allo spazio interno, il "dentro", ossia il giardino stesso, legato però anche all'architettura della casa che vi insiste.

L'azienda è stata fondata dai suoi genitori, che se ho letto bene sono gli autori della nota passeggiata sul lungolago di Peschiera.
All'epoca fu scelto il Pinus pinea, il pino domestico, un albero non autoctono delle zone del lago di Garda, ma che vi è stato introdotto un centinaio di anni fa, naturalizzandocisi molto bene. Una scelta che oggi, con una cultura del verde maggiore e più approfondita, forse non sarebbe più condivisa.
La passeggiata lungo il molo di Peschiera.

Vista con monte Baldo.

Il lungolago in centro a Peschiera. La passeggiata è molto nota e felicemente integrata al vissuto del paese.

Com'è cambiata la committenza dagli anni Sessanta a oggi?
Una volta, chi voleva fare un giardino andava in vivaio. Affiancato dal vivaista, sceglieva e disponeva le piante nel suo giardino. Forse c'era più buon gusto, ma si commettevano più errori. C'era solo conoscenza botanica, mentre oggi si dà rilievo anche all'aspetto paesaggistico del lavoro. Negli ultimi anni, la crisi economica sta creando ulteriori cambiamenti: mentre sparisce la classe media, riceviamo sempre più committenze da chi dispone di buone quantità di denaro. Questo ci permette di dedicarci a progetti importanti, ma una grossa disponibilità economica non rende un committente per forza un "buon committente". Il cliente saggio sa scegliere il suo professionista distinguendone le reali capacità, senza dar credito solo alla pubblicità o a promesse fuorvianti, magari dettate dall'appetibilità di un preventivo illusoriamente basso. Gran parte del nostro lavoro è consigliare i clienti a introdurre nei loro giardini piante che veramente sono adatte a quel clima o a quel terreno, perchè un giardino deve essere progettato per mantenersi nel futuro ed espandersi.

A proposito di crisi economica, voi come la affrontate?
Noi la combattiamo puntando all'eccellenza; il lavoro di squadra, basato sulla collaborazione di persone altamente specializzate in settori differenti tra di loro (architettura, botanica, contabilità, comunicazione ecc.) ci permette di inseguire l'eccellenza rendendoci ben identificabili nel panorama concorrenziale. E' necessario poter contare sull'appoggio di collaboratori, persone, di grande sensibilità. E non è facile trovarle. Un buon team permette non solo di ottenere l'incarico dopo essere stati scelti tra tanti altri professionisti, ma anche di renderlo concreto superando con successo tutte le  fasi che seguono: il progetto, la redazione del preventivo, la realizzazione materiale del giardino.
Una delle realizzazioni dell'azienda (foto tratta dal sito).

Avete uno stile preponderante sugli altri?
Prediligiamo quello di ispirazione "provenzale", nel senso che utilizziamo piante caratteristiche della Provenza, mediterranee se vogliamo definirle così, ma che ben si adattano al clima del lago di Garda. Siamo specializzati in ulivi, che vendiamo, ma utilizziamo molto anche i cipressi. Importante anche la scelta dei materiali, come la pietra, valorizzata in tutte le sue lavorazioni, dal rustico al contemporaneo.
Uno degli ulivi del giardino della sede di Peschiera.

Scorcio dal giardino della sede: alla base di un ulivo, sono state collocate sfere di bosso.

Cos'è il podere delle ortensie? La pagina a esso dedicata sul vostro sito non è ancora disponibile.
Si tratta del vivaio dedicato alle ortensie da collezione. Sono esemplari poco o per niente noti al grande pubblico. Per il momento ne ho 60 varietà, delle oltre 300 esistenti. Amo anche le acidofile, ma le tipologie di terreno che incontro nei giardini che mi vengono commissionati raramente mi consentono di utilizzarle.

Se un Comune del lago, o di altra zona d'Italia, le concedesse di riqualificare un terreno, magari uno spazio demaniale abbandonato, degradato, un luogo che le capita di vedere spesso passandoci davanti e che le fa pensare "io se potessi qui ci farei"... su quale interverrebbe?
Interverrei su quel tratto ferroviario dismesso che si estende tra Salionze e Peschiera del Garda. Lì si potrebbe intervenire con poco sforzo e con poca spesa. Basterebbe semplicemente "pulire" dai rovi e, senza dover inserire elementi naturali diversi da quelli esistenti e tipici della valle del Mincio, si potrebbe progettare, sempre con una spesa minima, ad esempio un percorso sugli alberi con l'uso di ponti di corda. Certo, bisognerebbe mettere opportunamente in sicurezza l'area per renderla usufruibile senza rischi per le persone, ma così si creerebbe lavoro e si renderebbe vivibile un luogo pubblico che a tutt'ora è sprecato.


Uno scorcio del tratto ferroviario abbandonato che affianca il corso del Mincio.

Un'ultima domanda: qual è la cosa che le piace di più del suo lavoro?
Portare una situazione dal "disastro" al "paradiso". Ovviamente, la soddisfazione del cliente è sempre la nostra.

Un'altra realizzazione della San Benedetto Group. Immagine tratta dal sito.

Si ringrazia la San Benedetto Group e il suo staff per aver gentilmente reso disponibili alcune foto del giardino del vivaio di Peschiera.
Rimando qui per la consultazione del sito dell'azienda.

sabato 18 ottobre 2014

"La mia Agraria": ricordi e insegnamenti di un professore

Giovedì 16 ottobre si è tenuta a Povegliano veronese la presentazione dell'ultimo libro del professor ing. Pietro Spellini, intitolato "La mia Agraria" (volume edito con il contributo della Fondazione Cattolica Assicurazioni). Invitato a moderare Giorgio Vincenzi, direttore del mensile "Vita in campagna".


Il professor Spellini si è dedicato all'insegnamento delle Scienze Agrarie dal 1968 al 1985, presso la sede di Isola della Scala (VR) dell'Istituto Professionale Agrario "Stefani-Bentegodi". Alla docenza è poi seguito l'impegno diretto in agricoltura presso l'azienda Le Fornaci e l'esercizio dell'attività di ingegnere agrario per diversi anni. Lunga e di primo piano quindi l'esperienza "sul campo" del prof. Spellini che, dopo aver dato alle stampe, due anni fa, il volume "De le fornase nobile poesia", dedicato alle sue ricerche storiche sui territori del villafranchese, è tornato alla scrittura per parlare dei suoi ricordi di insegnante.

Una delle mie terribili foto della serata: al centro il professor Spellini, a destra il direttore Vincenzi.
Tra il pubblico, numerosi i suoi ex allievi, giunti con affetto per ascoltarlo. Il professore rievoca vecchi ricordi di scuola, gli anni a contatto dei suoi amati ragazzi, nell'impegno di trasmettere loro il sapere della professione agricola e i valori educativi per crescere e diventare uomini (o donne). Ripercorrere i momenti belli o difficili del passato si rivela anche essere una piccola scusa per un confronto con la realtà attuale, fatta di crisi economica e disoccupazione giovanile. 
L'Italia di cinquant'anni fa era un Paese fondato ancora su profonde contrapposizioni. Prima di tutte, la dualità città/campagna, in cui la città era la mèta ambìta dai giovani con forte spirito di iniziativa che desideravano aprirsi una strada da imprenditori, mentre la campagna costituiva il rifugio per i ragazzi che invece non volevano o non potevano tentare la fortuna col loro mestiere. 
Campagna però non significava povertà e degrado: l'epoca era quella del riscatto della terra dai contratti di mezzadria, quando il valore dei terreni non era alle stelle e l'imprenditoria agricola si poteva intraprendere con successo anche da giovani, partendo da piccoli capitali. I contadini, d'un tratto, si trovarono al brusco passaggio dall'essere dipendenti dei proprietari terrieri all'essere proprietari. Stava nascendo una nuova società, che aveva bisogno dell'istruzione per trovare competenze professionali e soprattutto dignità, grazie all'acculturamento e alla presa di coscienza di sè e al desiderio di "fare le cose bene". Quel "fare" fu la parola chiave dei nuovi panorami economici e sociali dell'Italia di allora. Il mestiere del professore era quindi andare incontro ai ragazzi che rimanevano in campagna, e fornire loro una formazione tecnica e mentale che li rendesse consapevoli dell'importanza del loro ruolo.

Piacevole e allegra la conversazione del professor Spellini.

Un'epoca fortunata, secondo Spellini, perchè non esisteva la Graduatoria unica nazionale degli insegnanti, e i presidi erano liberi di scegliere il personale docente non solo sulla base di un punteggio, ma anche delle concrete conoscenze della materia e del territorio da parte degli insegnanti. Così, in zone rurali destinate alla coltivazione del mais, poteva essere assegnato un professore esperto di mais. Altri tempi davvero, viene da pensare. Una scelta simile oggi non sembrerebbe facilmente applicabile, se non altro per i timori di usi scorretti di tali libertà selettive.
Seguono un po' di aneddoti: i ragazzi dei corsi serali che, in piedi dalle quattro della mattina perchè impegnati con la stalla di famiglia, arrivati a sera preferivano seguire le lezioni in piedi onde evitare di addormentarsi seduti al banco; e poi gli studi separati e differenti di maschi e femmine, quando le classi non erano miste e alle ragazze erano dedicati solo corsi di economia domestica, cucina, dattilografia, sartoria, per diventare "coadiutrici aziendali", in vista di un ruolo di appoggio -quindi non protagonista- al maschio all'interno dell'impresa.
Tra le storie più emozionanti, il viaggio in Irpinia con la classe per aiutare i terremotati. 

Un mercoledì del gennaio 1981, avevo un'ora in una quarta, entro e i ragazzi subito mi chiedono "professore ci organizza una settimana bianca?". Era da poco avvenuto il terremoto in Irpinia (23 novembre 1980), sono rimasto un po' pensieroso e poi "mi meraviglio di voi, mi sarei aspettato, quando ci organizza un periodo di lavoro in Irpinia?"

I ragazzi prendono il professore sul serio, con sua grande sorpresa. La classe decide di partire. Nessuno di loro prima aveva superato gli Appennini. Il professor Spellini organizza il viaggio, tra qualche dubbio e difficoltà:

Non mi aspettavo l'adesione di Giorgio Lanza, autista, è una persona tranquilla che non ama le novità, nel suo pulmino non bisognava fare troppo chiasso e i ragazzi dovevano entrare con le scarpe pulite, però ha accettato subito. Giuseppe (Beppe) Carazza l'estroso insegnante tecnico, non ha avuto problemi ad accettare "purchè non mi porti in mezzo ai preti," non aveva detto in mezzo alle suore, ed ero a posto.

L'incontro con la tragica realtà di Senerchia dopo il terremoto:

Il mattino all'alba tutti pronti ma non c'era nessuno. I paesani dormivano nelle roulottes. Ho fatto un giro per il paese: di una casa, già sgomberata dai militari, era rimasto solo il pavimento della cucina e un anziano signore piccolo e tarchiato, lo stava accuratamente scopando e pulendo: "lo fa tutti i giorni, è il suo modo di rimanere attaccato alla vita" mi ha detto la suora.

I rapporti con gli abitanti irpini:

Ho visto un gruppo di persone che raccoglieva cavolfiori da un grande appezzamento, "ragazzi stasera cavolfiori". Ho detto a Giorgio di avvicinarsi e comprarne due ceste. Il capo, basso e ben panciuto, quello che nell'immaginario colettivo del nord è un caporale mafioso, vuol sapere chi siamo e cosa facciamo, gli spiego e lui apostrofa due persone in un linguaggio a me incomprensibile. Questi partono e tornano con due casse di cavoli veramente splendidi. Ho chiesto quanto voleva e mi ha risposto "voi siete venuti dal nord a lavorare per noi e per questo intendo regalarvi i cavoli più belli del mio appezzamento." Dentro di me, e poi l'ho esternato ai ragazzi, mi sono sentito un verme, l'avevo giudicato un caporale, si era rivelato un uomo di grande sensibilità.

Deborah Kooperman canta, accompagnandosi con la chitarra.

Si parla di ragazzi, insomma, di studenti, di ieri, e penso che non si può non fare paragoni con quelli di oggi. Hanno un comune denominatore: la terra. Una volta, punto di partenza. Adesso, punto di ritorno, per i giovani che non trovano lavoro nel terziario nonostante una laurea, un master o un soggiorno Erasmus.


La serata è stata intervallata dagli intermezzi musicali di Deborah Kooperman, americana figlia di contadini, da anni trapiantata nel villafranchese, dove ha un negozio, e collaboratrice in passato di Guccini, Dalla, Ron. La sua attività di folksinger l'ha portata a contatto durante l'adolescenza con Bob Dylan. Le canzoni da lei selezionate per la serata sono legate al vissuto degli agricoltori statunitensi, anch'essi divisi tra amore per la terra, sogno di riscatto e scontro con una realtà lavorativa non sempre soddisfacente: cito in particolare Times are getting hard boys, canzone che tratta della delusione dei piccoli agricoltori che, durante la grande siccità degli anni Sessanta, migrarono in California per trovare benessere, e Oleanna, che parla dei sogni a occhi aperti dei contadini norvegesi, giunti in America in cerca di fortuna ma capitati in una zona agricola, Oleanna, tutt'altro che generosa. 
Così, grazie a Deborah, abbiamo scoperto che la realtà agricola italiana e la sua storia ha qualcosa da spartire, in termini di speranze e di disillusioni, con quella d'oltreoceano.

giovedì 14 agosto 2014

Amici blogger e... buon Ferragosto



Ho scoperto che un'amica di blog vive non lontano da casa mia, sul lago di Garda. Si tratta di P., ma alcuni di voi già la conoscono perchè scrive su Losmogotes, blog in cui racconta le sue esperienze orticole affrontate con il marito.


Col marito, P. lavora in un paesino della costa veronese del lago.

Frutta di ceramica esposta fuori da un negozio di Garda.

"Con l'orto mangiamo", spiega P., "ma con la nostra attività non agricola... viviamo". Sì, è così per molti di noi. Pur non essendo professionisti del settore del giardinaggio, amiamo tuffare le mani nella terra appena possiamo, e ci piace parlarne. Il destino ha voluto che ci sostentassimo con ben altri mestieri (chi è fortunato ad avere un lavoro, oggigiorno). Io stessa sono un'impiegata.


Sono contenta di aver incontrato P. Che non è italiana: se non ricordo male, è fiamminga, infatti i suoi post sono sempre bilingui (donne toste quelle "del Nord").
In questi anni, curare un blog e frequentare i social network mi ha dato l'opportunità di conoscere tanti appassionati di piante e di verde come me. Intraprendenti giardinieri "della domenica",  o esperti vivaisti, tutti insegnano sempre qualcosa, e trasmettono un grande entusiasmo.


Con contorno di foto della bellissima cittadina di Garda, vi saluto tutti e vi faccio tanti auguroni per un fantastico Ferragosto! Ci vediamo presto.