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sabato 15 agosto 2015

Tra musica e piralide, un paio di notizie e... buon Ferragosto

Mi segnalano una curiosa iniziativa, ad opera di BIAGIO BAGINI (autore) & GIAN LUIGI CARLONE (frontman e fondatore BANDA OSIRIS): il CONCIORTO.
Si tratta di uno spettacolo/concerto di canzoni e letture tutte incentrate sull’ORTO.

"È l’ascolto della voce degli ortaggi (attraverso la tecnologia Arduino sviluppata con Ototo), è il taccuino dei sentimenti del piccolo coltivatore diretto, è la poesia dell’attesa, della cura e della crescita messa in musica. È comico e surreale, botanico e sentimentale. Racconta l’orto come luogo del possibile. Il nostro orto come l’orto degli altri (nomi noti di musicisti, poeti, filosofi, artisti, registi…)".


Potete ascoltare qui le loro canzoni:


Da alcuni anni i bossi d'Italia sono minacciati dalla famosa piralide, che sta facendo stragi di siepi. Il Conte Giuseppe Inga Sigurtà, proprietario del Parco Giardino Sigurtà (www.sigurta.it), in cui vivono straordinari bossi secolari, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Bologna ha trovato una soluzione per le piante attaccate dalla piralide. Riporto il comunicato stampa del parco giardino Sigurtà pubblicato questi giorni, nella speranza che possa essere utile ai giardinieri amatoriali:

"Gli esperti la catalogano come Cydalima perspectalis (Lepidoptera Pyraloidea Crambidae), gli appassionati di botanica la conoscono come piralide del Bosso, per i non addetti ai lavori è semplicemente una farfalla originaria dell’Oriente. A prescindere da come la si chiami o la si descriva, il risultato non cambia: questa specie esotica (o aliena, come è di moda indicarla oggi) ha varcato i confini e si è ben adattata ai nostri ambienti, invadendo con le proprie larve le piante di Bosso e defogliandole con una voracità tale che danni enormi possono essere riscontrati anche in un solo giorno.
 Arrivata in Europa nel 2007, la presenza di piralide è stata segnalata in Italia a partire dall’estate 2010. L’introduzione nel territorio è stata probabilmente passiva, ovvero tramite trasporti e scambi di materiale vivaistico, ma la diffusione che ne è seguita è stata decisamente attiva: in poco tempo non c’era giardino pubblico o privato che non fosse stato infestato da questa per nulla delicata farfalla.
Come combattere quindi questa invasione? È importante individuare gli esemplari di Cydalima perspectalis e monitorare il processo di sviluppo delle larve. Come? Quando si cominciano a vedere delle farfalline bianche con ali orlate di marrone significa che le piralidi si stanno accoppiando e che di lì ad una quindicina di giorni deporranno le uova (di colore verde chiaro) sulla pagina inferiore delle foglie. E questo è decisamente il segnale di allarme generale: in pochi giorni le larve (che hanno capo nero, torace e addome verde-giallastro con punti neri) inizieranno a mangiare avidamente i vostri Bossi.
Siate pronti quindi ad intervenire con Bacillus thuringiensis subsp. kurstaki (Btk), un prodotto biologico non dannoso nemmeno se ingerito, che sconfiggerà il nemico venuto dall’Asia (dosi e modalità di impiego riportate in etichetta). Il trattamento andrà eseguito ad ogni nascita di nuove generazioni, tre o quattro a seconda dell’andamento meteo.
Attenzione a Settembre con l’ultima generazione, la più terribile, attesa con il rientro dalle vacanze.
I vostri Bossi sono già stati defogliati? Non preoccupatevi ed effettuate comunque il trattamento: la prossima primavera li vedrete rigermogliare …parola di Sigurtà!!!". 
Auguro a tutti un buon Ferragosto: le previsioni indicano pioggia nel pomeriggio in diverse zone del nord Italia, e quest'anno è attesa come una liberazione!


martedì 21 maggio 2013

Rimedi naturali per curare le rose


Come si fa, a maggio, a non dedicare un post alle rose? Quasi tutti, appassionati o meno, ne abbiamo una in giardino, magari piantata mille anni fa dalla nonna e oggi trascurata da tutta la famiglia...
Abbiamo sempre più a cuore il rispetto per l'ambiente; onde per cui quindi ho raccolto un po' di suggerimenti per coltivare amorevolmente le rose senza disperdere troppi veleni intorno a noi.


Un po' tutte le rose sono soggette a malattie fungine e attacchi di parassiti. Quando si decide di accoglierne una nel proprio giardino, è necessario prendere subito in considerazione degli elementi per garantirle una "piacevole dimora" e una buona salute. Non solo: se la pianta è coltivata correttamente, ne consegue una minore necessità di intervenire su di essa con fungicidi, insetticidi, veleni vari, e di conseguenza non dobbiamo incrinare gli equilibri naturali dei nostri spazi verdi.
Vediamo ora le più importanti operazioni da seguire per la cura naturale delle nostre rose.


Trovate alla vostra rosa la posizione giusta: le rose necessitano di un terreno che non trattenga troppo l'acqua, dove le loro profonde radici non debbano sopportare ristagni idrici. Il Ph del terreno deve essere neutro o leggermente alcalino, e la terra ben fertile e ricca. Gli esperti ci tengono a precisare che non va impiantata una rosa laddove ce n'era in precedenza un'altra da tanti anni, perchè troverebbe un terreno impoverito dei più rilevanti elementi nutritivi. Se si è obbligati a riempire lo spazio che prima era di un'altra rosa, la vecchia terra va rimossa praticando una larga buca da riempire con nuova terra, arricchita con concime organico.
Sempre per quel che riguarda la collocazione, ricordate che troppa umidità sulle foglie delle rose porta malattie fungine. Il vostro esemplare deve essere collocato a una certa distanza da altre piante di dimensioni importanti (tipo gli arbusti e gli alberi; altre piante di dimensioni più piccole invece possono essere associate con successo alle rose, come spiegherò più avanti), e, a seconda della varietà, dagli altri rosai (di solito almeno 50-60 cm, a seconda della grandezza del cespuglio completamente sviluppato). Le rose richiedono un ambiente con una buona circolazione dell'aria: questo significa che non devono trovarsi "addosso" altre piante che le soffochino, le mantengano umide o non facciano loro vedere il sole. Peggio ancora può essere lo sgocciolio di rugiada o di pioggia da un albero immediatamente sovrastante.

Altrettanto importante per la salute delle rose è provvedere regolarmente ad una equilibrata concimazione del terreno dove esse alloggiano: effettuate una concimazione di base tra novembre e marzo con concimi organici a cessione lenta (letame vecchio compostato, stallatico pellettato, sangue essiccato). Oppure, una volta e per tutto l'anno, a primavera distribuite la cornunghia, e proseguite da maggio in poi solo con le concimazioni idrosolubili, da sospendere al sopraggiungere della stagione fredda. Diversamente, il concime somministrato anche in inverno stimolerebbe le piante a sviluppare nuovi germogli, troppo deboli per resistere al gelo.
Parlando di concimazione nel dettaglio, va sottolineato che gli elementi di cui più le rose abbisognano sono l'azoto, il potassio ed il magnesio.
Il potassio in particolare rinforza la pianta per l'inverno e ne irrobustisce la struttura. La sua carenza invece si riscontra da crescita stentata, foglie giallastre e pochi fiori.
Gli eccessi di azoto, che causano lo sviluppo di un numero eccessivo di getti striminziti, rendono la pianta debole e attaccabile dai parassiti, che aggrediscono facilmente i tessuti deboli dei rami e delle foglie. Usate l'azoto da giugno in poi, perchè irrobustisce il legno. Qualsiasi elemento vogliate apportare al terreno, verificate sempre le dosi sul flacone o chiedete consiglio ad un vivaista esperto.
Una volta effettuate le concimazioni, le piante vanno innaffiate bene perchè non si brucino le radici a contatto con le sostanze distribuite.
Per evitare l'uso e l'abuso di sostanze chimiche attraverso le concimazioni, si può prevenire l'attacco di malattie fungine (come la ticchiolatura) applicando in primavera alle rose l'ossicloruro di rame. In caso le malattie micotiche si presentassero lo stesso durante l'estate, ricorrete alla poltiglia bordolese, un altro fungicida rameico. Il rame è un elemento che interferisce con la respirazione cellulare dei funghi, ostacolandone la prosperazione. Inoltre, rinforza le foglie delle rose. Facendo parte naturalmente delle sostanze che costituiscono il nutrimento delle piante, non è nocivo, ma va comunque somministrato con parsimonia, e sempre nelle giuste dosi.
Durante l'anno, i rami e le foglie colpiti da malattie fungine vanno rimossi, e subito bruciati. Se dispersi sul terreno in giardino, propagano ulteriormente le malattie, anche l'anno successivo.


Le malattie fungine a cui le rose sono più soggette sono:
- la ticchiolatura: si presenta sulle foglie come macchie scure e frastagliate; i nuclei delle spore si vedono sulla pagina inferiore. Le foglie colpite cadono dopo qualche giorno dal manifestarsi dei sintomi, lasciando la pianta miseramente spoglia (in seguito però ricaccia la vegetazione, ma questo le costerà un bello sforzo). La ticchiolatura si sviluppa in contesti caldi e umidi. In estate è importante non innaffiare nel tardo pomeriggio (l'umidità e le temperature estive elevate della sera sono ideali per il manifestarsi di questo fungo). La ticchiolatura si presenta spesso anche in autunno;
- l'oidio: si tratta di una sostanza bianca che ricopre come una leggera patina la superficie delle foglie. I getti nuovi scuriscono e muoiono. L'oidio compare con clima caldo e suolo troppo secco. Per evitarlo, non concimate con sostanze troppo ricche di azoto. E' infatti una malattia che privilegia le piante deboli. Ne risentono meno i rampicanti a foglia lucida;
- la ruggine: è una malattia che causa macchie giallo-arancio puntiformi sulla pagina superiore della foglia. Su quella inferiore, si vedono delle pustolette che diventano nere. Si sviluppa con estati fresche e umide.


Per avere un giardino che non necessiti di "veleni", state attenti alle varietà che vi coltivate. Tutto dipenderà dall'intelligenza delle vostre scelte di partenza. E' importante privilegiare le varietà che, in quanto ad esposizione, terreno e necessità idriche, soddisfano le caratteristiche del luogo che avete a disposizione. Va da sè che è inutile e oltretutto controproducente ostinarsi a coltivare esemplari molto sensibili ai ristagni idrici in zone costantemente umide, così come non ha senso collocare piante che hanno bisogno del sollievo di qualche ora d'ombra in estate in luoghi arsi dal sole. Se non si rispettano le esigenze delle piante, non ci si può aspettare che crescano sane senza continue cure e senza ricorrere a sostanze chimiche o inquinanti.
Nelle Stagioni del maestro giardiniere, Mimma Pallavicini e Carlo Pagani suggeriscono una serie di nomi di varietà consigliabili per la loro resistenza alle malattie più comuni. Ve ne dò una ridottissima selezione, un assaggio, presa da p. 24-25 (cito più estesamente il libro in fondo a questo post):
- rose a cespuglio resistenti alla ticchiolatura: "Prince Jardinier", "Philippe Noiret", "Scentimental", "Piano", "Cinderella", "Monferrato";
- rose particolarmente resistenti all'oidio: "Iceberg", "Foxy", "Memoire", "Botanica82" [sic! nei manuali si trova "Bonica82"], "Patte de Velours";
- una super rosa, resistente un po' a tutte le malattie fungine: la rosa "Knock out";
- da segnalare la splendida rosa Mutabilis: tra le rose antiche si distingue per la resistenza al caldo.
Un consiglio sempre valido per chi frequenta i vivai: acquistate piante sane già in vaso, ricordate di osservare attentamente lo stato della vostra nuova pianta appena la prendete dallo scaffale, per non portarvi a casa una causa persa in partenza...


Purtroppo, le rose sono soggette anche agli attacchi di numerosi e antipatici parassiti, che nelle infestazioni lievi causano solo danni estetici, ma nei casi più gravi mettono a repentaglio la sopravvivenza di piante di per sè stenterelle.
Diffusissimi afidi e pidocchi, che amano diffondersi sui rami deboli. Fanno loro concorrenza acari, larve di vespa, tentredini, bruchetti vari sotto forma di larve defogliatrici.
Il primo rimedio da opporre a questi spiacevoli invasori è la loro rimozione manuale, con un bastoncino o un sassetto. Un lavoro talvolta lungo e noioso, ma importante e rispettoso della natura. Se però l'infestazione è grave, si può ricorrere al sapone di Marsiglia diluito in acqua (oppure, un bicchiere di sapone liquido neutro in cinque litri d'acqua, da irrorare sulla pianta nelle ore non assolate). Questa miscela allontana gli insetti e, formando una sottilissima pellicola sulla pianta, ne impedisce il ritorno. Utile anche il macerato di rabarbaro, che si ottiene lasciando in acqua le foglie tritate, mescolando una volta al giorno, per 4-5 giorni. Filtrate e irrorate. Efficaci anche i macerati a base di assenzio, ruta, tanaceto volgare. Sono tutti rimedi naturali, che hanno la sola controindicazione di essere... puzzolentissimi. Vi segnalo qui il link del sito florablog per vedere in maniera particolareggiata come prepararli.
Da provare anche il decotto di ortica: si mescola l'ortica all'acqua, e si riscalda il tutto mezz'ora. Mescolate ogni giorno, finchè non fermenta più. Diluite e irrorate.
Sempre Carlo Pagani e Mimma Pallavicini suggeriscono un insetticida a base di un prodotto del metabolismo di un batterio del terreno presente in natura, il Saccharopolyspora spinosa: si tratta dello spinosad. Da usare come insetticida ma anche come fungicida contro l'oidio.
Oppure, alternativa interessante ai macerati, anche se dagli esiti più incerti, può essere il ricorso nel vostro giardino, acquistandoli in negozi specializzati, o favorendone la prosperazione, dei cosiddetti "insetti utili": coccinelle, vermi, maggiolini, ma anche uccelli (che ovviamente non sono insetti) che si sfamano di pidocchi e afidi, eliminandone le colonie dalle vostre piante. Di solito, vedere una coccinella, anche da sola, vicino a una pianta bombardata di afidi è un ottimo segnale: nel giro di un paio di giorni gli invasori spariscono, divorati.
Se tutte queste soluzioni non vi soddisfano, non vi resta che l'ultima spiaggia prima degli insetticidi chimici: i prodotti a base di piretro, altra sostanza naturale.


Rimanendo nell'ottica della prevenzione, ricorrete alla consociazione delle rose con altre piante. La consociazione è una forma di coltivazione che prevede di accostare piante di generi diversi affinchè esse traggano beneficio le une dalle altre. Posso garantire, per esperienza personale, che aglio, aglio ornamentale, erba cipollina, cipolla, piantati nelle strette vicinanze di una rosa, garantiscono una minore diffusione delle malattie causate da fungo. Ottima anche la consociazione con lavanda, salvia, e le piante aromatiche in genere, che chiedono poche innaffiature e non trattengono umidità in eccesso.

Riporto quanto ritracciato sul web, ma senza averlo ancora applicato per verificarlo: la birra irrobustisce i getti delle rose. Tamponare le foglie con birra chiara le rende più lucide. Lievito di birra aggiunto all'acqua (tre cucchiai per 10 litri) favorisce la fomazione di nuovi boccioli. Una lattina di birra e una tazza di ammoniaca, una tazza di sale inglese e due tazze di acqua fanno un concime naturale con un forte potere fertilizzante, da spruzzare sulle foglie.

Non sottovalutate l'importanza delle potature: effettuatele nei periodi corretti, a seconda della tipologia di rosa che avete. Eliminate sempre i getti deboli e i succhioni. Eliminate anche i primi fiori che sbocciano, una volta appassiti, ma lasciate invece i secondi, perchè matureranno i cinorrodi, ovvero le bacche rosse e molto ornamentali delle rose. Ricordate che le rose selvatiche non si potano. Reciderete i rami con un taglio netto, un paio di centimetri sopra la gemma. Il taglio dovrà inoltre essere obliquo, nel senso opposto a quello della gemma, per evitare che ristagnino presso di essa le gocce di acqua dopo l'innaffiatura.

Infine, provvedete, durante l'inverno, ad una adeguata protezione delle piante di rose: le rose in vaso e quelle in miniatura sono tra le più delicate. Accostatele a un muro o proteggetele col tnt e pacciamatele al piede. Innaffiatele quando non gela; in inverno serve di rado e di solito bastano le piogge meteoriche.


Per scrivere questo post, ho attinto informazioni da:
Un giardino senza veleni di Bénédicte Boudassou, ed. red!
I giardini venuti dal vento di Gabriella Buccioli, ed. Pendragon
Le stagioni del maestro giardiniere di Carlo Pagani e Mimma Pallavicini, ed. Vallardi
Rose - piccola enciclopedia di Andrea Rausch, ed. Gribaudo
Rose - le 100 più belle rose da balcone e da giardino di Thomas Hagen, ed. red!

venerdì 21 dicembre 2012

Come far sopravvivere la Stella di Natale... al Natale.


Stella di Natale 2011... quest'anno. Yes, it's a survivor.
 Alzi la mano chi non è mai stato sfiorato dall'idea di far sopravvivere la propria Stella di Natale fino al Natale successivo!

Le poinsettie, comunemente chiamate "Stelle di Natale", nome scientifico Euphorbia pulcherrima, sono originarie del Messico. Devono il loro nome a Joel Roberts Poinsett, Primo Rappresentante del Governo degli Stati Uniti in Messico, che riportò delle talee nella Carolina del Sud, credendo che fossero di un nuovo genere, ma poi vennero riconosciute come specie appartenenti alle Euforbiacee. Nelle terre dove crescono spontanee, le poinsettie si presentano come degli alberelli alti anche due metri, caratterizzati da foglie apicali di color rosso (brattee), cinque per ogni gruppo, che circondano i fiori veri, detti ciazi, piccoli, gialli e insignificanti.

Gertrude Jekill, negli anni settanta dell'Ottocento, ne osservò un esemplare nel giardino di un giardiniere ad Algeri, e ne fece una descrizione entusiasta che si trova riportata nel libro "Testamento di un giardiniere":
In quei giorni, l'unico giardino davvero tenuto con cura ad Algeri era quello del nostro amico Mr Edwyn Arkwright. Era un tripudio di piante, troppo numerose per essere elencate, e una delle sue caratteristiche più apprezzabili era un'enorme Poinsettia dall'immensa chioma scarlatta che si innalzava sopra un tronco di un metro e mezzo: una vera meraviglia, specie quando l'idea che di solito si ha di questa pianta è un unico sparuto ciuffo di fiori, come quelli che tanto spesso vediamo a Londra sui tavoli apparecchiati per la cena. Dopo la fioritura, Mr Arkwright soleva recidere la chioma con un falcetto.
Foto scattata a Tenerife dall'auto in movimento: al centro, un po' distante,
si vede un alberello di poinsettia, con i caratteristici "ciuffi" di
brattee rosse, a fianco di un negozio di acconciatore.
Sempre che non siano mèches fatte all'albero dal parrucchiere.

Difficile che qualcuno di noi, in Italia (perlomeno nel nord Italia) abbia in giardino un alberello di poinsettia. Ma un vaso a Natale è capitato in casa a tutti. Come coltivarlo?
I manuali ci dicono che questa specie è brevidiurna, e in natura "fiorisce" in inverno, quando i giorni sono più brevi. Quindi, per indurre le poinsettie a "fiorire" in casa nostra, è necessario esporle almeno a
quattro ore di luce solare diretta al giorno, al riparo da correnti d'aria. Amano temperature notturne dai 10 ai 18 gradi, e diurne di almeno 20 gradi. Tra un'innaffiatura e l'altra bisognerebbe permettere al substrato di asciugare moderatamente. Potate le piante nella tarda primavera, dopo la fioritura, e trapiantate in terra da vaso fresca. I fiori si svilupperanno solo su piante che siano state esposte alla luce alternata a 14 ore giornaliere di oscurità completa per almeno 40 giorni. Concimi chimici che favoriscono il nanismo vengono generalmente usati dai floricoltori per ottenere piante dagli steli corti con diversi apici fioriti. Senza trattamenti speciali le poinsezie diventano piante lunghe e sparute nella stagione seguente. E' preferibile acquistare ogni anno piante nuove (dalla Grande Enciclopedia del Giardinaggio, Mondadori, 1979).
La cosa sembra complicata.
Tutto sommato, per avere un piccolo successo con una poinsettia, sono in realtà necessari pochi accorgimenti, ma ben mirati:
1 - acquistate piante non troppo piccole. I vasi di diametro inferiore o uguale ai 5 cm sono sconsigliati se ambite ad impossessarvi di una pianta che viva a lungo, spesso contengono talee uscite dal vivaio con radici scarse, mentre a voi serve un esemplare con un buon apparato radicale autosufficiente. Anche se il vaso è grande, verificate alla base lo stato di radicazione, per quanto possibile. E, per cortesia, non comprate le piante azzurre: sono state innaffiate con dei coloranti;
2 - mantenete le piante in un punto illuminato della casa durante l'inverno, innaffiate e tenete lontano da fonti di calore;
3 - in primavera, portate la pianta all'esterno in un posto con ombra luminosa (sotto un albero, ad esempio, così sarà protetta dalla grandine). Innaffiate bene tutta l'estate, senza dimenticarla mai, anche se sta in un angolo riparato e fuori mano;
4 - in agosto, quando il caldo è terribile, mettete la pianta in un posto ancora più ombroso, e a fine settembre, o nella prima settimana di ottobre, quando le temperature cominciano ad abbassarsi, ritirate la pianta in casa. Qualche fogliolina rossa dovrebbe essersi già sviluppata. Scommetto che se troverete anche solo una microbrattea vermiglia, mi commuoverete... Io l'ho fatto! I manuali consigliano il ritiro domestico quando la temperatura esterna ed interna sono uguali. Io consiglierei semplicemente di portare in casa quando i termosifoni non sono ancora accesi, ma li accenderete di lì a un paio di giorni. Innaffiate e tenete vicino ad una finestra illuminata, sempre lontano dai caloriferi. Se le foglie ingialliscono dopo uno o due giorni dal ritiro, la pianta ha subito uno shock termico. Le piante faticano a perdonare questo tipo di errore. Anzi, si vendicano spietatamente abbruttendosi sotto i vostri occhi per riempirvi di sensi di colpa...

Le varietà di poinsettia sono numerose, e tutte molto belle. Ecco un po' di foto rubate al blog powellgardens.wordpress.com per illustrarvi alcune delle più interessanti:

poinsettia ice punch

poinsettia orange spice

poinsettia sonora white glitter

poinsettia tapestry, con fogliame variegato


poinsettia winter blush

poinsettia winter rose early marble
 Da non trascurare la ormai diffusissima:

poinsettia premium picasso

Avevo già accennato l'anno scorso alla poinsettia Winter Rose con petali arricciati: cliccate qui.

Colgo l'occasione per augurare a tutti BUON NATALE e BUONE FESTE!!!

giovedì 25 ottobre 2012

Forza e delicatezza


Essere giardinieri, a volte, mette davanti a strane situazioni. Può capitare, dopo una semina, di ritrovarsi con troppe piantine, e si deve decidere quali tenere e quali eliminare: il cuore si spezza, perchè quei germoglini teneri e verdi sono frutto di fatica e lavoro, e sembra crudele doverli diradare. Oppure, una colonia di parassiti infesta pericolosamente un esemplare da frutto in fiore, e non si sa più a che santo votarsi per decidere se ricorrere ai veleni subito efficaci e nemici degli insetti "buoni", o ai rimedi biologici ma blandi e di complessa applicazione.
Questi sono due esempi di situazioni in cui l'etica e la coscienza del giardiniere vengono messe alla prova. Veri e propri dissidi interiori.
Poi ci sono quegli eventi in cui il giardiniere dovrebbe avere un fisico assemblato per l'occasione dal dottor Frankenstein: bicipiti possenti per troncare rami o sollevare vasi pesanti, collegati a manine delicatissime per strappicchiare nelle aiole solo le plantule delle erbe infestanti senza danneggiare quelle coltivate; e poi, vista acutissima per intercettare prontamente malattie su foglie o radici, e gambe teleoscopiche per arrivare a potare le chiome più alte o raccogliere i frutti più estremi.
Così, questi giorni, stavo mettendo in ordine i vasi delle piante grasse, e noto che l'albuca spiralis ha effettivamente dato vita a nuovi bulbi: due o tre sono ancora in "embrione", hanno le foglie ma sono ancora congiunti alla pianta madre. Uno, invece, è già pronto per staccarsene. Lo si capisce perchè ormai si ritrova nell'anello più esterno di quella originaria, che nel frattempo ha occupato tutto il diametro del vaso di plastica, ormai di una forma leggermente ovale:


Va bene, penso, adesso tolgo il vaso e valuto il da farsi.
Scosto un po' di terriccio: sì, le piante sono due, con radici e bulbi indipendenti.


Decido: le separo.
Mi sento emozionata, è la prima volta, sto per agire su un esemplare ancora poco comune, e di cui pochi possono raccontare la coltivazione. Che faccio?
La pianta nuova è ancorata alla genitrice, devo staccarla. Inutile l'azione di un coltellino, devo forzare, e mi vengono i sudorini: devo essere risoluta, decisa, spezzare e via. Ma devo essere anche delicata, per non rovinare nessuno dei due esemplari.
Uff...


Ce l'ho fatta! Sono stata forte e delicata. Be', non dovevo esercitare pressioni particolari; ma non dovevo nemmeno esagerare. Uno sforzo di troppo, e spappolavo la pianta giovane; un'indecisione, e avrei potuto ledere i tessuti vegetali, aprirli alle malattie, lasciando a metà un'operazione che non ammette vie di mezzo. Altre due qualità da super giardiniere di massa: un polso fermo da chirurgo, un'apprensione da mamma chioccia...


Sono contenta, ora ho due albucae spiralis.

giovedì 30 agosto 2012

La gardenia, finalmente.

Quando l'ho acquistata, un paio di anni fa, non pensavo fosse così difficile da coltivare. Nel 2008 o nel 2009 ne avevo comprato un esemplare più piccolo, in un vaso di 10 cm di diametro. Resistito un anno e mezzo. Nel frattempo ho preso anche quello che ho adesso, diametro del vaso circa 20 cm. Il primo anno di convivenza è stato un idillio: arrivata a casa mia in primavera, la gardenia (gardenia jasminoides) è fiorita in continuazione per quasi tutta l'estate. Poi, il primo inverno è filato liscio, la innaffiavo di frequente. Il cartellino che la accompagna dice infatti così: innaffiare frequentemente.
Panzana. Ho scoperto a mie spese che la gardenia beve tanto quanto è il sole che riceve. L'estate del 2011 ha prodotto pochissimi fiori, forse un paio. Poi ha manifestato sempre più i sintomi della clorosi ferrica. A gennaio 2012 la pianta era un rottame (vedi post di gennaio 2012 sui propositi per il nuovo anno).
Preoccupatissima, in primavera l'ho rinvasata. Le radici erano marcite in buona parte. Ho usato il terriccio per agrumi che avevo in casa (la gardenia è un'acidofila), ho sostituito il vaso di plastica con uno di terracotta. Ho posizionato la pianta in mezz'ombra, e l'ho innaffiata poco. Non mi sono preoccupata di somministrarle acqua deminerlizzata (come da consiglio di Renato Ronco nel suo libro "Il giardino delle regole infrante"); solo, una volta al mese, ho somministrato una manciata di lupini sminuzzati (sì, l'ho trattata come un limone...).
Nel giro di un mese, la cura ha funzionato: le foglie si sono ben rinverdite (anche se non sono ancora verdissime), e sono comparsi diversi boccioli. Quando mi sono accorta che la gardenia aveva di nuovo voglia di fiorire (e io non vedevo l'ora) l'ho ricollocata in pieno sole, e ho ripreso ad innaffiarla in abbondanza.


E oggi pomeriggio, al mio ritorno dal lavoro, ecco la sorpresa! il mio cuore era pieno di giubilo (non sto scherzando, i giardinieri, esperti o dilettanti, mi capiranno): davanti a me, dopo più di un anno, di nuovo quel fiore dalla forma elegante, quei petali robusti, il loro morbido bianco panna, un colore "tondo", quel profumo burroso... ah, odore di paradiso! l'ho respirato e goduto come se quel fiore l'avessi prodotto io!
Adesso piove, per la prima volta dopo un periodo di siccità allucinante: si aprirà anche qualche altro bocciolo prima che arrivi l'autunno? Lo spero tanto, sarebbe una gran bella consolazione prima che giungano i rigori dell'inverno e i grigiori delle nebbie.


Gardenia, ti meriti un'altra manciata di lupini.

sabato 21 luglio 2012

Quando ho coltivato una tillandsia in bagno

Le tillandsie sono un genere di piante numeroso, che comprende esemplari tra loro molto differenti. Appartenenti alla famiglia delle bromeliacee, sono comunemente distinte in piante "verdi" (come la famosa Tillandsia cyanea) e in piante "grigie" (es. la Tillandsia xerographica, a forma di rosetta). Sono piante epifite: non parassite, ma bensì piante che in natura vivono appoggiate su altre piante (un po' come certe orchidee). Spesso provviste di radici, quando le posseggono le usano solo per ancorarsi ai rami degli alberi o altrove. Loro caratteristica è quella di poter vivere senza terreno, in quanto per assorbire l'acqua invece delle radici utilizzano le foglie, che sono ricoperte da tricomi, speciali peletti pluricellulari che catturano l'umidità.
Le tillandsie "grigie" sono così chiamate per via del loro colore derivante dalla fitta presenza di tricomi: diventano verdine solo a contatto con l'acqua, occasione in cui l'epidermide sottostante allo strato di tricomi mostra il proprio colore. Nei paesi del centro America, da cui tutte le tillandsie provengono, è facile trovarle appese ai cavi del telefono, alle reti metalliche, nei posti più impensabili. Coltivate all'aperto, ma all'ombra e al riparo di alberi o tettoie, possono essere ammirate ad esempio nei giardini delle Hawaii e sull'isola di Madeira (per citare un paio di luoghi dove le ho ammirate dal vivo).

Le esigenze idriche però dei vari esemplari di tillandsia possono essere differenti a seconda delle regioni di provenienza delle piante. Molte provengono da regioni sub tropicali umide, altre da regioni più secche. Non intendo in questo post dilungarmi nella presentazione di un genere che comunque conosco solo per pochi aspetti: vi segnalo, nel caso voleste approfondire l'argomento, il sito http://www.tillandsiae.net/. Voglio invece descrivervi una mia esperienza personale con una tillandsia.

Tre anni fa, ne acquistai una (probabilmente una usneoides, per capirsi) in un noto vivaio della provincia di Verona, alla spettinante cifra di euro 25 (un'amica quest'anno l'ha trovata per 10 euro a Orticola). All'epoca mi fu consigliato di innaffiarla facendole ogni due-tre giorni un bagnetto nell'acqua. Consiglio quanto mai sbagliato: la mia tillandsia morì rinsecchita dopo tre mesi, nonostante avessi preso a farla sguazzare in un catino tutti i giorni, vedendola perdere sempre più vigore.
Dopo qualche mese, nell'autunno del 2009, mio marito, che dopo questa prima esperienza aveva scoperto con me l'esistenza delle Tillandsiae, notò un giorno una signora mentre gettava nel cassone dell'immondizia una tillandsia ficcata in un sacchetto di plastica. Sconcertato, mio marito le chiese il perchè del gesto, e la signora, che era una fiorista, raccontò di essersi procurata quell'esemplare perchè pensava di usarlo nel bouquet di una sposa; questa, alla vista della tillandsia, non se ne era dimostrata soddisfatta, e la fiorista, arrabbiata per i soldi spesi inutilmente, aveva deciso di disfarsene in fretta.
Mio marito colse la palla al balzo, la chiese in regalo e me la portò a casa: la sera, estrasse davanti ai miei occhi increduli un esemplare lungo due metri, folto come una parrucca, e con le foglie più sottili di quella che mi era morta prima.
Memore della precedente tragedia vegetale, ho accolto la nuova amica meglio che ho potuto (e adesso dal passato remoto passo al passato prossimo perchè sono veneta e certi tempi verbali, parlando di vita quotidiana, mi mettono in imbarazzo...). Ho appeso la cespugliona in bagno, il luogo più umido che potevo offrirle, e lì l'ho lasciata. Procuratami un nebulizzatore, l'ho spruzzata tutti i giorni una o due volte accuratamente su tutta la lunghezza. Mai bagnetti. La pianta ha gradito, si è seccata un po' esternamente, ma si è ambientata. Il bagno invece si è coperto, sulle pareti non piastrellate, di macchie di muffa (figuratevi, tutta quell'umidità).
Il nostro idillio è durato fino alla primavera del 2011. Siccome abbiamo restrutturato un secondo bagno che contiene una doccia nuova e più grande, la frequentazione del bagno con la tillandsia è diminuita drasticamente, e la pianta ne ha risentito, fino a morirne. Più del nebulizzatore la aiutavano, evidentemente, i vapori delle docce di acqua calda.
Per me è stato un dispiacere, tra l'altro l'agonia della pianta è iniziata durante l'ultimo mese prima del mio matrimonio, e al mio ritorno dal viaggio di nozze era in condizioni penose. Presa da mille incombenze, non sono riuscita a soccorrerla come avrei voluto. In compenso posso dire di aver regalato a quella povera tillandsia un paio di anni di vita in più e una morte più decorosa di quella tra la spazzatura... Spero che questo post possa essere d'aiuto a qualche altro soccorritore di tillandsie.

Nella foto seguente: la mia povera Till, ancora col fiocco arancione con cui era tenuta unita e con cui sarebbe finita nelle immondizie. Era appesa al soffitto, penzolava sulla lavatrice. Ha l'aspetto grigio di quando era asciutta. Riceveva luce filtrata dalle tende.


R.I.P.

venerdì 14 ottobre 2011

Guerra chimica tra me e le minatrici del limone

Con il post del 23 settembre, avevo scritto come, con stupito stupore, mi ero accorta che le minatrici stavano rovinando le foglie del MIO limone. In un primo momento, avevo pensato di liberarmene schiacciandole con un sassolino sulla foglia su cui le beccavo a brucare. La soluzione cercava di evitare l'uso dell'insetticida che avevo acquistato ma che mi pareva troppo aggressivo nei confronti degli insetti "benefici", come le api. Uccidendo le api che si accostano ai fiori della pianta, si rischia di impedire l'impollinazione. E io questo non posso permetterlo. Il MIO limone deve essere la pianta più produttiva del mondo.
Peccato che dopo il mio intervento ecologico, le minatrici abbiano continuato a presentarsi sulle foglie della pianta, indisturbate. Ragion per cui, qualche giorno fa, al loro "guanto di sfida" apertamente lanciatomi, ho risposto: -Scelgo l'arma chimica!- e ho preso l'insetticida e il nebulizzatore, un po' di acqua e ho preparato il terribile veleno.
Mi è rimasto il problema dei fiori: va beh, mi son detta, adesso vi fabbrico degli impermeabilini e vediamo se riesco a salvare capra e cavoli.


Con un paio di forbici, ho ritagliato, dalla plastica trasparente con cui si imballano le bottiglie in pacchi da sei, dei rettangoli di varie dimensioni. Con lo scotch li ho chiusi, dopo averli ripiegati a metà su se stessi, su due dei lati aperti. Dal lato rimasto libero, ho infilato i capolini dei fiori. Ho imbustato anche qualcuno dei frutti più piccoli in maturazione.
Ho spruzzato infine l'arma letale su tutto il fogliame della pianta, da varie direzioni (in una giornata senza vento).
Non so se il mio intervento ha significato qualcosa. Dopo qualche giorno, ho individuato tra i rami solo una cimice morta. Difficile dire che le api o altri insetti non ne siano rimasti danneggiati (magari vanno a morire nell'alveare). Di certo, le fioriture stanno dando tutte i loro frutti:


Credo che il pericolo di mancata impollinazione riguardi per lo più le coltivazioni con un ampio numero di piante, su cui si deve riversare un quantitativo rilevante di insetticida.
A proposito: le minatrici, per ora, non si sono più viste. Ma resto in guardia!